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Giulio Cesare Croce e il realismo del dialetto

N. 86- Febbraio 2024

 

 

 

Giulio Cesare Croce e il realismo del dialetto

Molti citano le astuzie del villano Bertoldo e le balordaggini di suo figlio Bertoldino senza conoscere il nome dell’autore: Giulio Cesare Croce, nato nel 1550 a San Giovanni in Persiceto e morto a Bologna nel 1609. Se conosciamo molti più testi, scritti da questo fabbro e cantastorie, lo dobbiamo ad una studiosa francese – Monique Rouch – che ha pazientemente letto le sue numerose opere e ne ha promosso la riscoperta curando edizioni critiche e pubblicando vari saggi. Una fedeltà di lunga durata, come ha sottolineato Rosaria Campioni intervistandola nel 2019 per la rivista bolognese “Schede umanistiche”, con un’attenzione speciale all’abilità del cantastorie con la sua lira (da braccio) a conquistare un ampio pubblico.

Rouch, professoressa emerita di Lingua e Letteratura italiana all’Università Bordeaux Montaigne, ha fin dalla sua tesi di dottorato approfondito la figura dell’artigiano-poeta quale intermediario tra la città e la campagna bolognese, rilevando una diversa narrazione del mondo agricolo nei componimenti in italiano, in cui emerge il disprezzo dei cittadini per i villani, e nelle commedie in dialetto che rappresentano con un efficace realismo le comunità rurali del bolognese nell’esperienza quotidiana, non priva di cordiale familiarità soprattutto in occasione dei grandi lavori quali la trebbiatura del grano e la scavezzatura della canapa.

La comunità scientifica saluta con gioia la recente uscita del libro di Monique Rouch: “Giulio dalla Lira, il villano e il contadino. Bilinguismo e dislivello culturale nell’opera di Giulio Cesare Croce (1550-1609)” per i tipi delle edizioni Pendragon, che ha gentilmente concesso ad Omnis Magazine la riproduzione dell’interessante Conclusione dell’autrice. (l.b)

La copertina del nuovo studio sul Croce

Nell’opera in dialetto la rappresentazione del Croce è un teatro della sopravvivenza, della fame, dell’ingordigia, delle necessità fisiologiche in una controcultura del corpo ben presente nella tradizione comica popolare, e insieme una microstoria del mondo rurale nella sua insostituibile testimonianza sulla realtà delle campagne bolognesi. Il dialetto unisce comico popolare e realismo e apre a Croce uno spazio di libertà che appare tanto più singolare se si considera che quando scrive in italiano imbocca la strada della più severa satira del villano coll’eccezione ambigua del Bertoldo e del Bertoldino in cui non a caso scompare la parola ‘contadino’ davanti all’uso costante di ‘villano’.

Difatti in varie operette di prosa e di poesia ribadisce di continuo gli stereotipi tradizionalmente negativi e ostili: i villani sporchi e rozzi appartengono ad una razza bestiale, bugiardi, ladri e «pien d’inganno» insegnano ai padroni a speculare provocando carestie e corruzione e poco manca che il villano «inventor di questi mali» sia la causa del mondo che va «alla roversa».

Nelle Sottilissime astutie di Bertoldola situazione è più complessa e ambigua. Croce vi riprende i forti motivi dissacranti del ‘dibattito’ medioevale fra il villano e il re, in cui il primo, brutto, rozzo e astuto, mette in forse il potere del secondo. Bertoldo vince tutte le sue battaglie – Croce vi esprime una protesta che ha fatto il successo dell’opera e alla quale il lettore è invitato a identificarsi – ma perde la guerra perché una vittoria dell’inferiore è ammessa solo temporanea nell’inversione carnevalesca, ma quando accede definitivamente allo statuto di regio consigliere il non più ribelle ma conformista Bertoldo muore e la sua morte significa il carattere intangibile della gerarchia sociale. Questa storia è simbolica e trova la sua spiegazione in rapporto al passato culturale e alla sua tradizione.

Insignia, miniatura. Il corteo del nuovo Gonfaloniere, 1671. Da Una città in piazza. Comunicazione e vita quotidiana a Bologna tra Cinque e Seicento, Bologna 2000.

È poco dire che nel teatro contadino in dialetto ci troviamo in una situazione diversa e la fondamentale dicotomia dell’immagine del contadino nell’opera del Croce mette in evidenza l’importanza della lingua e dell’osmosi lingua, cultura e società. Il dialetto chiamato a più riprese «lingua rustica» o «del contato» o «ditta in tal so’ linguaz», situando il suo punto di vista in campagna, rifiuta certi stereotipi – i contadini non sono bestiali, né ladri, né malvagi tra di loro – ne accetta e spiega certi altri in confronto alla città – sono sporchi per via del lavoro e ladri per i contratti leonini – non al punto di suscitare in Croce una decisa ribellione. Il fatalismo è per i suoi personaggi come per lui una dimensione ineliminabile della vita legata all’immobilità della gerarchia sociale che la lezione del Bertoldo ribadisce. La pressione della società dominante pesa a tratti sullo spazio di libertà aperto dal dialetto: silenzi, autocensura, proteste più che contestazione, ma niente di ciò che vien detto è falsificato o travestito, e il non detto, come nel caso dell’assenza di allusioni religiose, può essere significativo. Croce ha saputo dar vita al mondo contadino nella sua peculiarità; il suo realismo è sorridente più che tetro nonostante aspetti tragici non edulcorati o momenti di tensione, e pare quasi una prodezza che si sia così avvicinato alla storia in opere comiche di divertimento dandoci un raro documento sulla società rurale tra ’500 e ’600, che ha lasciato ben poche tracce.

Monique Rouch

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