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Giuditta, il fantasma dell’osteria

N. 107- Gennaio 2026

 

 

 

 

Giuditta, il fantasma dell’osteria

È un libro onirico quello che Lorenzo De Maiti, l’oste dell’Osteria bolognese dei “Grifoni” ha dato alle stampa per i tipi dell’editore Paolo Emilio Persiani (110 pagine, euro 19,00).

La quarta fatica letteraria di questo oste vecchio stampo, dalla corporatura adeguata e dalle abitudini antiche, come quella di fermarsi ai tavoli a parlare con i clienti, spesso – in tal modo – impedendo loro di isolarsi ipnotizzati dai propri telefonini, ha la particolarità di essere anche piena di immagini. Infatti, è anche racconto visivo. Tante le foto, di quadri, di personaggi che diventano i protagonisti del racconto. Non mancano, distribuite qua e là, magari ricordate dai suoi personaggi immaginari e no, alcune ricette.

Un racconto nel quale c’è molta atmosfera del passato, come il ricordo di una abitudine di un tempo: quella del “giro delle osterie”, a fare le ore piccole per viverla tutta una vita troppo breve strappando spazio temporale al sonno e alla notte. La vera funzione che nel passato aveva l’osteria, non solo quella di cenare a prezzi più contenuti.

Lorenzo De Maiti ha addobbato la sua osteria di immagini – foto e quadri – e di oggetti provenienti dalla sua famiglia (una famiglia articolata e complessa di italiani e sloveni, arricchita anche da un guerrigliero latino-americano, Renè Luarca Maiti) le cui origini sono istriane pur essendo lui nato in Valtellina. E l’osteria, in questo racconto tra il vero e l’immaginato, è il luogo, l’edificio vissuto come un protagonista vivo che racconta, attraverso le immagini sulle pareti e gli oggetti sparsi qua e là, la storia della famiglia. Del bisnonno Riccardo e di suo figlio Romano, il nonno di Lorenzo, pittore e poeta, ma soprattutto di Laura (detta e raccontata come Giuditta) vera protagonista fantastica di questo libro. Sono personaggi che la notte – immagina Lorenzo – escono dai loro quadri e gli raccontano le storie del passato, di quando erano austro-ungarici di lingua italiana, e le loro storie si intrecciano con quelle – reali e contemporanee – che all’oste raccontano gli avventori, spesso giovani studenti e studentesse. Un mondo di rapporti umani, mediato dal bicchiere di vino (anzi, da più bicchieri, anzi da bottiglie…) e magari dal buon cibo, comunque non dalle tecnologie.

Giuditta (al secolo Laura Gravisi De Belli) è mancata l’11 febbraio del 1845 e nell’osteria ha un’immagine solo di profilo, una sagoma intagliata in un cartoncino che ad appenderlo senza che cadesse c’è voluto del bello del buono. Perfino la cornice in legno si rompeva. È così che a questa immagine dall’apparente vita autonoma e capricciosa chi lavora nell’osteria ha cominciato ad attribuire tutto, fortune e sfortune. Si rompono dei bicchieri? È stata Giuditta. Insomma, diventa, nella vulgata, una sorta di spiritello anche dispettoso, ma che si riscatta contribuendo, nella percezione dell’autore, alla realizzazione di un suo sogno: riportare il nonno – o meglio, il ricordo di lui – alla sua amata Capodistria, oggi nella Repubblica Slovena, da cui fuggì, come tanti italiani di quelle zone, nel 1943 in piena e devastante Seconda guerra mondiale. Ed è all’intercessione dello spirito di Giuditta che De Maiti attribuisce la realizzazione di quel suo sogno: organizzare una mostra delle opere (quadri e poesie) del nonno proprio nella città slovena e, incredibile a dirsi, nel Palazzo nobiliare seicentesco dove Laura/Giuditta abitò quasi duecento anni or sono, con il sostegno della locale Comunità italiana. All’ingresso del Palazzo un simbolo nobiliare che fa trasalire Lorenzo: un Grifone! Ed il cerchio si chiude.

Giovanni Rossi

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