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Giorgio Morandi parla americano

N. 107- Gennaio 2026

 

 

 

 

Giorgio Morandi parla americano

«Non so quando ho scoperto per la prima volta l’opera di Morandi, – racconta Gary Green ma l’ho amata da subito. Essendo egli un pittore, non ho mai pensato che la sua opera potesse avere un’influenza diretta sul mio lavoro. Capivo, almeno in parte, che il suo lavoro riguardava l’illusione della pittura, dello spazio, della scala».

Eppure, il famoso fotografo statunitense Gary Green, una volta conosciuto Morandi non ha più potuto staccarsene.

Nasce da questo la mostra After Morandi in corso a Bologna, a Casa Morandi, realizzata dal Settore Musei Civici in collaborazione con l’editore L’Artiere e curata da Steve Bisson. (apertura fino al 6 gennaio 2026)

Con una carriera che spazia dalla fotografia documentaria all’arte contemporanea, Green nel 2014, durante un viaggio in Italia intrapreso in una pausa sabbatica dall’insegnamento al Colby College (Maine), ha avuto un incontro decisivo con l’arte del pittore bolognese. La tappa a Casa Morandi è stata una sorta di pellegrinaggio personale. In quel luogo tranquillo, Green ha scattato poche immagini – alcune con la sua fotocamera di grande formato, altre semplicemente con il telefono – ma ha piantato un seme che avrebbe germogliato mesi dopo.

Dopo la visita a Bologna, il fotografo statunitense ha trascorso un mese in residenza ad Assisi, dove ha iniziato a costruire piccole nature morte con oggetti trovati: bottiglie, tegole, pietre; ha allestito un semplice set all’aperto, fotografando in piena luce oggetti comuni, facendo dialogare tra loro materia, forma e spazio. Ma solo una volta tornato negli Stati Uniti, durante una residenza artistica a Yaddo, stampando e osservando il lavoro prodotto, Green ha riconosciuto il vero filo conduttore: non era l’Italia, né Assisi, né il paesaggio, era Morandi, la sua poetica fatta di attenzione, ripetizione, silenzio e mistero.
Il progetto ha allora dato vita al libro After Morandi (L’Artiere, 2016) che l’autore ha definito un’«ode» a Giorgio Morandi.

Passando per lo studio della natura morta, della relazione tra oggetti e forme e della luce quale linguaggio, il fotografo americano lavora per sottrazione, riducendo il visibile all’essenziale, senza alcuna volontà didattica: solo un desiderio profondo di guardare, di prestare attenzione, di restituire alla fotografia un senso meditativo e poetico.

Lo stesso Green paragona la fotografia alla meditazione: una pratica lenta, ripetitiva, che si nutre dell’attesa tra il momento dello scatto e quello della stampa. Il tempo del ritorno, della riflessione, dell’elaborazione è parte integrante del lavoro. Per questo, anche quando fotografa il «nulla» – come ironicamente gli dicevano alcuni colleghi ai tempi dell’università – riesce a restituire immagini cariche di senso, capaci di parlare di bellezza, morte, memoria e di presenza.

Nelle fotografie di Green i soggetti si spogliano della loro identità specifica per diventare altro: relazioni, tensioni, ritmi. L’uso della luce naturale, la cura nella composizione, la delicatezza del tono contribuiscono a creare un’atmosfera rarefatta, quasi musicale. Ogni immagine sembra una pausa, un respiro.

La mostra a Casa Morandi non è quindi solo un omaggio da parte di un fotografo a un pittore, ma anche un incontro tra due visioni affini, pur così distanti nel tempo, nei mezzi e nei contesti. È la dimostrazione che lo sguardo può attraversare le epoche e i linguaggi, e talvolta parla di pazienza, dedizione, e attenzione al quotidiano ordinario.

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