Now Reading
Edimburgo, due è sempre uno

N. 114 - Settembre 2026

 

 

 

 

Edimburgo, due è sempre uno

A Edimburgo il cielo si apre e si chiude a discrezione del vento usciere. Il vento ha intensità variabile: debole, si occupa della distribuzione logistica della polvere/moderato, suona gli alberi come cornamuse/forte, è un Dyson V8 Cyclone, cavalcato da una strega ubriaca.

In luglio, mentre scendo lentamente il Royal Mile, il vento mi si struscia sui pantaloni e se portassi il tradizionale kilt mi palperebbe più a fondo. La luce è di quel giallo chiaro che nelle estati nordiche tinge stentatamente case e brandelli di nuvole (però venti minuti fa s’è scatenato un temporale e la pioggia mi ha stalkerato fin sotto l’ombrello. Le nubi hanno vestito il nero preferito da Coco Chanel).

Il Miglio Reale è lungo proprio un miglio scozzese (km 1,814) ed è “reale” perché collega due residenze storiche della corona britannica, il Castello e il Palazzo di Holyrood.

Il Castello tappa un bastione di roccia basaltica che strapiomba su tre lati per 120 metri. È una fortezza compatta anche se costituita da edifici che vanno dal XII al XVIII secolo. Dalla spianata Argyle Battery, contornata da cannoni, l’occhio può seguire a est l’estuario blu pallido del Firth, fino al faro scintillante di May; poi le prime foschie arrotolate pendono sul Mare del Nord. A ovest lo sguardo si dissolve nella piana di Stirling, verde come una camionata di kiwi schiacciati. A nord le pupille surfano sui profili ondosi delle colline.

Centro del Castello è Crown Square, cortile circondato dal Palazzo Reale (con torre dell’orologio e appartamenti dei monarchi)/dall’edificio Queen Ann (le cucine per i sovrani)/dal sacrario dei soldati di Scozia morti in guerra. Nelle antiche cucine è allestito un ristorante gestito da uno scozzese classico: massiccio come il guardaroba di una regina/capelli corti e rosso aragosta/dice aye al posto di yes/fa McDonald di cognome/di sicuro è tirchio, per cui sarebbe inutile chiedergli uno sconto (Epitaffio su una lapide in un cimitero scozzese: Qui giace Fred Mc Guire. Gli cadde un penny: morì nella mischia).

Io ordino il celebre Haggis, budello mutuato dallo stomaco della pecora, imbottito di cuore/polmone/fegato della stessa pecora, tritati e mescolati con cipolla/farina di avena/grasso di rognone; il tutto speziato con pepe/noce moscata/coriandolo e bollito lungamente in brodo. Servito, ha la forma e il colore di una piccola palla da rugby (sport peraltro popolare in Scozia). Il contorno tipico è la diade purè di patate/rape.

Il sapore: un terzo fango sabbioso/un terzo ringhiera metallica/un terzo hamburger minato dal pepe. Retrogusto di pelle di tamburo.

La bevanda d’accompagnamento è lo Scotch whisky puro, il quale pulisce a ripetizione il palato.

Il Royal Mile è una delle strade più scenografiche del mondo. Asse portante della Old Town, scorre tra due ali di case borghesi e palazzi costruiti tra inizio 1600 e prima metà del 1800. La guglia della chiesa neogotica di Tolbooth schizza in su per 84 metri + Sulla Parliament Square si affaccia il maestoso complesso del 1632, sede originaria del Parlamento + Da vecchi negozi sbuffano stoffe con le quadrature a vari colori (tartan) + L’ex cattedrale gotica di St. Giles, sovrastata da torre coronata da cuspide, conserva la Thistle Chapel, sui cui stalli stemmati si siedono i cavalieri dell’Ordine del Cardo + La Moray house, unica casa con balcone sul Mile + La seicentesca dimora dei Brodie, famiglia così antica da imparentarsi con Macbeth (la pecora nera di famiglia è il diacono William Brodie, prototipo della DOPPIEZZA MONADICA, membro della Camera di Commercio e mercante; di notte però scassina e ruba nelle case dei ricchi. William, parrucca incipriata e abiti eleganti, viene impiccato nel 1788 sul Mile, gremito da 40.000 persone) + Il terminale Palazzo di Holyrood, anticipato dalle rovine di un’abbazia agostiniana; l’edificio ruota, neoclassico, intorno a un cortile quadrato; l’interno conta 289 stanze, alcune con soffitti lignei risalenti a quando l’inquilina è Maria Stuarda (1561-1568)

Sul Mile giganteggia la statua in bronzo di Adam Smith, nato pochi km a nord di Edimburgo nel 1723. Del filosofo cito il “paradosso del valore”. “Le cose che hanno il maggior valore d’uso spesso non hanno quasi alcun valore di scambio; al contrario, quelle che hanno il maggior valore di scambio spesso non hanno quasi alcun valore d’uso. Niente è più utile dell’acqua; ma non permetterà l’acquisto di quasi niente. Un diamante, al contrario, non ha quasi alcun valore d’uso; ma spesso si può ottenere in cambio una grande quantità di altri beni”. (Dai diamanti non nasce niente…eppure…)

Ancora sul Mile spicca un’altra statua bronzea, quella di David Hume, partorito a Edimburgo nel 1711. Gli studenti credono che, toccando l’alluce del filosofo, sia garantito il superamento di esami scolastici o universitari. Di Hume cito dagli Essays: “In tutte le epoche del mondo i sacerdoti sono stati nemici della libertà”.

Un appartamento all’altezza della Acheson House è abitato, secondo Robert Louis Stevenson, da due gemelle che, un giorno, litigano sull’interpretazione di un passo biblico. Le sorelle dividono allora l’alloggio tirando una linea sul pavimento: una starà sempre in una metà, l’altra nell’adiacente metà. La riga taglia in due la soglia e il focolare, in modo che ognuna possa andare/venire e cucinare senza violare il territorio della dirimpettaia. Per anni le donne convivono in un rancoroso silenzio; pasti, abluzioni, visitatori sono esposti agli occhi ostili della nemica. Di notte, entrambe sentono il respiro della vicina.

Anche questo si presenta come un caso di DOPPIEZZA MONADICA. E qui abbasso l’altisonanza dell’aggettivo “monadica”: l’aggettivo vorrebbe definire una unità indivisibile.

A ¾ del Mile giro a sinistra sul North Bridge, lungo viadotto che scavalca la grigia stazione ferroviaria di Waverley. Poi vado ancora a sinistra per l’ampia Princes Street, che fiancheggia un vasto parco.

Poi mi sposto nella parallela della Princes, Rose Street, di larghezza ridotta, delimitata da ambo i lati da case a tre piani in pietrame rossiccio. Conto 5 pub giallastri, semivuoti.

In Rose Street schiocco le dita perché ho una certezza. Qui ha dimorato il Dottor Jekill!

“Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde” è ambientato nel quartiere londinese di Soho. Ma sono in tanti a riconoscere nelle descrizioni di Stevenson le strade e l’atmosfera della natia Edimburgo (tra i sostenitori di questa tesi ci sono Chesterton, Nabokov, il critico David Daiches e ora anche io).

Statua di Robert Louis Stevenson a Colinton, Edimburgo

Appartengono a Edimburgo: “il gelo nell’aria/le strade pulite come il pavimento di una sala da ballo/la cappa color cioccolato della nuvolaglia/l’immensa distesa di lampioni che disegnano triangoli di luce e coni d’ombra/gli esili alberelli da giardino/il crepuscolo precoce di marzo nei cortili/ il vento che fa affiorare il sangue a chiazze sul viso/i macilenti raggi di luce balenanti tra le volute di vapore/le piazze di belle case antiche, decadute e affittate a cartografi, architetti, loschi avvocati”.

Jekyll/Hyde è un ulteriore esempio di DOPPIEZZA MONADICA. Due entità ben diverse coesistono in una sola persona. Fisicamente Jekyll è biondo, alto, di mezza età (pur “senza un’età precisa”)/Hyde è bruno, più giovane, nanerottolo emaciato che sembra deforme senza nessuna deformità effettiva. Intimamente Jekyll è un puritano ingessato nella morale calvinista (per cui Dio ha già separato a priori i salvati dai dannati)/Hyde è la ferocia che gode nell’esercitare la crudeltà.

Jekyll conduce una vita scialba ma irreprensibile: studioso di medicina e chimica, spesso a passeggio con amici “rotariani” piuttosto opachi, educato ma “emotivo come una cornamusa”/Hyde ascolta solo il proprio egoismo, “è spietato come un uomo di pietra”, induce in chi lo guarda un senso di freddo fino al midollo.

Stevenson suggerisce che il concetto e il sentimento del male non sono confinabili nell’essere Hyde. Sarebbe comodo se ci fosse qualcuno o qualcosa da isolare come “cattivo” e magari considerarlo come un’oggettività, aliena dal sé stesso! E sarebbe in effetti conveniente attribuire la detenzione del male all’Impersonale, soprattutto se collettivo (società malata, gente stupida, popolo inferiore).

Il male è articolato, ma l’idea basilare di Stevenson è che NON ESISTONO UN BENE E UN MALE AL DI FUORI DELL’ESSERE UMANO, AL DI FUORI DELL’INDIVIDUO UMANO. Un male esterno all’uomo, IN QUESTI TEMPI, non esiste. Non sussiste un male metafisico.

Innanzi tutto, Jekyll avverte come male una condizione che non ha nulla a che vedere con Hyde. Jekyll si accorge della sua routine mortale, del ripetersi letale delle sue abitudini e delle sue credenze, della fatale staticità di uomo arrivato che vive di rendita. Jekyll, sistematosi in un mondo sistemato, percepisce d’essere fermo. E l’essere immobile corrisponde a uno stato di ignavia disumanizzante emalefica, di posizione senza infamia e senza lode, indegna del paradiso ma anche dell’inferno (Dante segrega gli ignavi nell’antinferno).

Jekyll afferma che occorre “intaccare la roccaforte della propria identità”.

L’esercizio d’essere uomini è superare il male insito in ogni unilateralità, in ogni stallo.

La vita e il bene sono il cammino verso altro.

Sentenzia Goethe: “Dovreste osare ciò che nessuno osa, dire ciò che nessuno dice, pensare ciò che nessuno pensa, cominciare ciò che nessuno realizza”.

Jekyll prepara un camaleontico intruglio che lo scuota dal ristagno mortale, che lo sposti “da concezioni ristrette e materialistiche”.

La pozione, assunta più volte, induce sempre una metamorfosi brutale, la conversione in Mr. Hyde. Il dottor Lanyon, amico di Jekyll, assiste a uno dei mutamenti in Hyde e ne rimane così sconvolto da ammalarsi gravemente.

Descrive Lanyon: “Jekyll si portò il bicchiere alle labbra e bevve d’un fiato. Seguì un grido; barcollò, vacillò, si aggrappò alla tavola tenendosi stretto, guardandosi intorno con gli occhi iniettati di sangue, la bocca aperta, ansimante. Egli parve gonfiarsi, la sua faccia diventò nera, i lineamenti s’alterarono e si fusero”.

Ecco la trasfigurazione in Hyde, un ometto basso, dai vestiti abbondanti (visto che sono quelli del longilineo Jekyll), “dal sorriso ripugnante, dalle mani fittamente ombreggiate di peli scuri, dal volto senza un briciolo di cuore”.

Jekyll si ricorda di sé quando è anche Hyde. Per questo, con sostanze reattive, si ritrasforma da Hyde in Jekyll.

Jekyll si ricorda di Hyde quando è tornato Jekyll. Sente “l’energia furente e scimmiesca” di Hyde, la sua “inebriante temerarietà”, la sua naturalezza nell’assassinare, la sua indifferenza nella violenza.

Hyde è comunque azione, intraprendenza, vigore: per questo Jekyll continua le sue alchemiche modificazioni in Hyde.

La droga per ritornare a essere Jekyll viene aumentata progressivamente. Finché un giorno, in modalità Hyde, Jekyll scopre che le scorte del sale necessario alla composizione dell’antidoto anti-Hyde sono diventate insufficienti e non reintegrabili da alcun farmacista.

Jekyll si ritrova intrappolato in Hyde e subito sa di appartenere a una nuova condizione del male. Sa di essere sprofondato in un male potentissimo. Sa che, in questo caso, IL MALE È L’INCARNAZIONE DEL PEGGIORE, disumanizzante.

The end (per il momento)

Carlo Maria Milazzo

Via del Battirame, 6/3a · 40138 Bologna - Italy
Tel +39 051 531800
E-mail: redazione@omnismagazine.com
Reg. Tribunale di Bologna n. 8115 del 09/11/2010

Editore: Mediatica Web - BO

Scroll To Top