E’ la stagione: una ciliegia… dipinge l’altra
Le ciliegie arrivano in Europa dalla lontana Turchia attorno al 72 avanti Cristo, portate probabilmente da Lucullo e subito incontrano in gusto degli antichi romani, che le celebrarono in uno dei luoghi più suggestivi dell’impero: la villa di Poppea a Oplontis, zona residenziale di Ercolano. Nell’affresco, che si è salvato dalla terribile eruzione del Vesuvio, è ritratto un uccellino che becca le ciliegie su un ramo.


Con l’affermarsi del Cristianesimo le ciliegie assumono un duplice significato: il rosso richiama il sangue di Cristo e il nocciolo il legno della croce. In particolare, sono raffigurate nei quadri di Madonne con Bambino o dell’Ultima Cena.
Particolare è la tavola della metà del ‘400 di Ambrosius Benson (il cui vero nome era Ambrogio Benzone) che raffigura un angelo che offre alla Madre e al Bambino una tazza di ciliegie, quasi a raffigurare che tanto sarà il sangue versato nella Passione.
Nel 1486, nel Convento di Ognissanti a Firenze, il Ghirlandaio dipinge un’Ultima Cena in cui nella tavola imbandita appaiono oltre alle albicocche (simbolo del peccato) e alle arance (frutto del Paradiso), le ciliegie, simbolo della Passione.


Anche Tiziano Vecellio e Federico Barocci dipingeranno, anni dopo, due Madonne con Bambino e ciliegie ma con intenti diversi: la Madonna di Tiziano, del 1518, rappresenta l’apice del rinascimento veneziano. L’atmosfera è solenne; si tratta di un’icona di alto livello. Mentre nella “Fuga in Egitto” di Barocci (1570) vediamo la Sacra Famiglia ritratta in un paesaggio naturale, con dettagli di vita quotidiana: l’asinello, la fonte, il pane che esce dalla bisaccia della Madonna e San Giuseppe che porge al Bambino un rametto di ciliegie.
Nel periodo barocco le ciliegie diventano metafora di una natura morta raffinata, come si può vedere nelle opere della pittrice francese Louise Moillon (nell’immagine in alto), che spesso ha dipinto nature morte con vasi di ciliegie e fragole.

Nella cultura del lontano Giappone le ciliegie simboleggiano la bellezza effimera, la precarietà della vita e la rinascita primaverile. Nel quadro del maestro giapponese Kazushika Hokusai (1760 -1849) vediamo un cardellino in precario equilibrio su un ramo. Un’immagine strana per noi occidentale, ma l’occhio giapponese vede la realtà in modo diverso. Le stampe giapponesi cominciarono a circolare in Europa dopo il 1853, anno in cui il Giappone fu costretto ad aprirsi al mondo dopo due secoli di chiusura totale. Il fenomeno del “giapponesismo” influenzò i pittori impressionisti e post-impressionisti, che si liberarono della tradizione accademica, abbandonarono la prospettiva centrale, usarono ampie zone di colore piatto e iniziarono a dipingere paesaggi naturali, ispirati dalla fluttuante vita nipponica.

Esempi di questo cambiamento si trovano nei quadri Gauguin e Cezanne.
Nella “Natura morta con ciliegie” di Gauguin, del 1886, vediamo una tavola bianca su cui sono disposti un piatto di ciliegie e altri frutti con una prospettiva leggermente rialzata. Gauguin in questo e in altri quadri semplifica le forme e il colore non descrive la realtà ma è scelto per il suo impatto emotivo e simbolico. Usa contorni ben definiti e zone di colore piatto.

Per Cezanne la natura morta offre una ricca gamma di forme che gli permette di indagare la realtà in modo analitico e scientifico: ben visibile nel quadro del 1890 “Natura morta con ciliegie”, noto anche come “Tazza e piatto di ciliegie”. Questo quadro, che faceva parte della collezione Magnani -Rocca di Mamiano di Parma è stato recentemente rubato e no ancora ritrovato.

Anche autori vicini a noi hanno dipinto quadri con ciliegie in particolare il tedesco Kurt Schwitters (1887-1948), che nel quadro “Le ciliegie” conservato al Moma di New York usa la tecnica del collage.

Infine, non un quadro, ma una scultura , diventata il simbolo di Minneapolis “Spoonbridge and cherry”, opera di Claes Oldenburg: una scultura che ingrandisce gli oggetti comuni per cambiare la percezione della realtà
Marilena Lelli
