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Dante turista e mangiatore non goloso

N. 53 Aprile 2021

 

Dante turista e mangiatore non goloso

Una brigata godereccia e spendereccia di giovani fiorentini benestanti e acculturati decise di sciamare periodicamente in Romagna attraverso i passi appenninici, attratta da quel che restava della Piccola Roma ma anche dall’amore e dalla gastronomia. Siamo nel Medioevo e il turismo non era stato ancora inventato.

Questi ragazzi imparano presto a conoscere la protervia delle dinastie emergenti, frequentano le giovani donne dalla mascolina inflessione linguistica e i cibi corposi e succulenti. Uno di loro, Dante degli Alighieri, è folgorato ed entra nello spirito romagnolo, al punto da collocare l’Eden terrestre in sul lito di Chiassi dove, tra i pini marittimi, un’aura dolce sanza mutamento accarezza la sua fronte ormai libera dalle pene purgatoriali e lo rende puro e disposto a salire a le stelle.

Questi giovani partivano in buon numero, pecunia,equis armisque, condizioni – diremmo oggi- per un viaggio sicuro.

Nel centenario dantesco, tutte le sfaccettature della vita e delle opere del sommo poeta sono state analizzate e riproposte. Tra i “precursori”, Angelo Chiaretti, che già nel 2015 scriveva di Dante “turista” in Romagna. Tra i più “golosi” e recenti, la bella analisi di Aldo E Tammaro sul cibo del Poeta, leggibile sulla rivista mensile dell’Accademia Italiana della Cucina.

Nel De vulgari eloquentia appare evidente quanto Dante rimanesse stupito dalle inflessioni linguistiche delle ragazze romagnole, dall’effeminatezza del parlare maschile e dalla mascolinità di quello femminile, che richiamava il ruolo ancora oggi diffuso delle arzdore.

In Romagna i fiorentini facevano rifornimento di bono caseo, salsizoni, lingue et altri salami d‘ogni sorte, bischoti bianchi, pani de zucharo, violeppo (sciroppo dolce), zenzero e cotognata. Non disdegnavano, giunti a Ravenna, il gioco allusivo di offrire un biscotto dalle fattezze femminili alle ragazze sperando di ricevere in cambio un dolcetto a forma di galletto.

Il giovane Dante non disdegnava cibi e vini e nel poemetto giovanile Il fiore descrive le sue preferenze: grosse lamprede, o ver di gran salmoni/ aporti, lucci senza far sentore/ La buona anguilla non è già peggiore/ alose o tinche o buoni storioni/ Torte battute o tartere o fiadoni/ queste son cose da acquistar mi’ amore/ o s’e’ mi manda ancor grossi cavretti/ o gran cappon di muda be-nodriti/ o paperi novelli o coniglietti.

Negli anni della maturità, come testimonia Boccaccio, il rapporto con il cibo cambia radicalmente e Dante non manca di manifestare il disprezzo per chi “vive per mangiare”. Nella Divina Commedia assume un’accezione prevalentemente negativa e la gola è condannata come vizio capitale con cinque declinazioni del mangiare peccaminoso: fuori tempo, molto di frequente, ricercando cibi succulenti, eccedendo nella quantità e nei condimenti.

Da alcune frasi allusive, risulta però che non riuscì a sottrarsi a qualche battuta di caccia nelle pinete ravennati e ai conseguenti banchetti.

Infine un accenno al Paradiso. Nel canto XVII, Cacciaguida, bisavolo di Dante, nel profetizzare al poeta l’esilio, lo dice con queste parole: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui”.

Chi avrebbe immaginato che il pane senza sale, necessario in una Firenze a cui Pisa aveva bloccato le forniture del prezioso minerale, per di più sottoposto a pesanti gabelle, sarebbe diventato così apprezzato e richiesto ancora oggi.

Roberto Zalambani

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