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“Betlemme, così piccola tra i villaggi di Giuda”

N. 69- Agosto 2022

 

 

“Betlemme, così piccola tra i villaggi di Giuda”

Laddove saremo certi di avere ragione non cresceranno fiori (Yehuda Amichai)

Prima premessa: chi si definisce credente è ateo in tutte le religioni tranne la sua.

Seconda premessa: in questo tempo l’esistenza ha un senso collettivo.  Ma ogni esistenza ha il proprio senso, un senso individuale.

Terza premessa: colui che strumentalizza, manipola di fatto parole/eventi/persone in funzione della valorizzazione del proprio ego narcisistico.

Shalom aleikhem. Gerusalemme, 21 settembre 1983. Territorio ebraico.

La data è espressa secondo il calendario gregoriano, ma in Israele convivono il calendario lunare degli ebrei (per cui sono anche nell’anno 5744) e quello lunare musulmano (per cui sono anche nel 1404).

Il caldo è giusto, come dopo un solo giro nel microonde. Cielo azzurrato come la bottiglia del gin Bombay.

A metà mattina vado al capolinea degli autobus, 100 metri dalla Porta di Damasco. Salgo sul 231 per Betlemme: 80% di passeggeri palestinesi, nessun obeso, e 20% di turisti USA, tutti sovrappeso.

Fuori Jerusalem il terreno è arido. La strada è un laccio da scarpe buttato nel giallo senape. Non c’è traccia del campo dove alcuni pastori vegliano tutta la notte, facendo la guardia al loro gregge. Inquel campo erboso, sotto un cielo sforacchiato da stelle-trapano e illeso da astronavi, un angelo del Signore sbandiera ai pecorai: “Ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo. Oggi nella città di Davide, è nato per voi un salvatore” (Luca 2, 8-12).

E l’angelo precisa che a Betlemme è nato un salvatore, non il Salvatore.

Dopo 9 km e mezz’ora di viaggio scendo a Bethleḥem, in ebraico “casa del pane”. Altitudine: 777 metri. Il paese avvolge il cono di una collinetta con case arabe squadrate/ocra/dai balconi incassati. In cima svetta un campanile, come un pistillo su un fiore spampanato. Poco più in basso torreggia un minareto. Percorro vicoli angusti, tortuosi, oscuri. Di tanto in tanto fiammeggiano banchi di negozietti, con zucche ovali che sprizzano beta-carotene/pomodori rossi come coccinelle giganti/pompelmi giallo-pulcino/zucchine dorate appena create da Harry Paris/manghi per metà verdi e per metà giallo-flax.

Alla base della collina, enucleata dal paese, sorge la Basilica della Natività, eretta sul luogo tradizionale della nascita di Gesù-il-Cristo. La precedono ulivi impolverati ma screziati d’argento, poi una decina di cedri possenti. La contornano tre conventi: francescano, greco e armeno.

La chiesa viene edificata nel 333/339 sotto l’impulso di Sant’Elena e grazie alla munificenza di suo figlio, l’imperatore Costantino. Giustiniano la restaura nel 540, dopo i danneggiamenti della rivolta dei Samaritani.

Guardando la facciata non è facile pensare a una Basilica: l’occhio si impantana in un’accozzaglia di mattoni giallicci/grigi/rosa scuro. Niente finestre/portoni/decorazioni. Sporgenze random. L’unico accesso è dalla Porta dell’Umiltà, stretta e bassa (1 metro e 60). Mi ingobbisco per entrare, futuro cammello che passa per la cruna di un ago.

L’interno è diviso in cinque navate da quattro ordini di colonne, di calcare rossastro (6 m). Capitelli corinzi di marmo bianco. Sopra ogni colonnato corre un architrave di legno: quelli laterali sostengono i travicelli del soffitto, i due centrali supportano due muri alti, cosicché la navata di mezzo è una sorta di corridoio blindato.

Non ci sono acquasantiere, quadri, incensieri. Poco significativi gli indizi dei mosaici del 1169.

L’aria è fredda, inodore, disabitata dalle emozioni. È strano, ma qui lo Spirito ha chiuso da tempo le sue valigie di luce pitonata e ha traslocato. Lo Spirito ha rimosso il vento che fa nascere i cercatori d’oro. E lo Spirito si è portato via pure il grammofono, cosicché la puntina dell’anima non sa in che solco girare.

Due absidi chiudono i bracci del transetto e l’abside mediana tappa la Basilica. Dal coro due scale scendono alla cripta: terminano davanti al punto della Natività, sacralizzato con altare rosso scuro.  Dal soffitto pendono 53 lampade a forma di turibolo. Sul pavimento marmoreo è incastonata una stella d’argento a 14 punte, numero di non facile interpretazione. Mi piace l’esegesi che porta ai Vangeli di Matteo (1, 1-17) e di Luca (3, 23-28). I due evangelisti elencano le genealogie di Gesù-il-Cristo che risultano essere 14 x 3 = 72. Matteo fa risalire le generazioni di Gesù fino a Davide, padre di Abramo e nonno di Isacco. Luca arrampica l’albero dinastico del Cristo fino a Dio, genitore di Adamo che è papà di Set.

Davanti alla stella i turisti USA si spingono per scattare fotografie (metti caso che appaia una bacinella d’acqua con un gesùbbambino a gattonarci sopra!). Alcuni borbottano contro chi si inginocchia e rovina le inquadrature. Forse un cammello passerà per una cruna, ma i tacchiniinduttivisti di Bertrand Russell/Karl Popper e anche quelli della fattoria di nonna Papera entrano dappertutto.

A destra della stella s’incava nel muro la mangiatoia che avrebbe offerto il primo sonno al neonato. Posticcia, accoglie un bambinello di terracotta adagiato su paglia. Accanto alla greppia un altro altare è sormontato da una pala con i Magi adoranti.

=) Perché mai coesistono due altari così vicini in una cripta grande quanto un monolocale?

La stella con l’altare limitrofo sono di proprietà esclusiva della Chiesa greco-ortodossa, mentre mangiatoia e secondo altare appartengono ai Padri Francescani.

Lì dove origina un Dio creatore di mondi, si lottizzano 36 metri quadri!

=) Ma è perché la solitudine è il campo da gioco del diavolo, bellezze! Meglio moltiplicare i campi, in modo che il diavolo si confonda.

Esco e vado a sedermi su un muretto vicino alla fermata del bus di ritorno. Non ho trovato alcuna magia di un bimbo appena venuto alla luce, guardato con occhi luccicanti dai genitori, delicatamente avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia(Luca 2, 7-8). Non mi è arrivato il fruscio di abiti di angeli sovraeccitati. Non ho sentito il trapestio dei sandali dei pastori che vanno fino a Betlemme senza indugio (Luca 2, 16-17). Non ho annusato la marcia profumata dei Magi d’Oriente, con dromedari biondi e cavalli assiri dalla criniera viola, agganciati alla cometa. Non ho visto il bagliore delle corone di Melkon, re dei Persiani, di Gaspar, re degli Indi, di Balthasar, re degli Arabi (Vangelo Apocrifo armeno dell’infanzia di Gesù 5, 2).

E non ho reperito tracce di Maria, il personaggio chiave, colei che, per molti, inverte la rotta della vita.

Pax et bonum

Appunti del Terzo Millennio…….

Nella Genesi, Dio fa l’uomo a propria immagine e somiglianza, con un destino monotematico sebbene luminoso. Nell’occasione l’uomo chiama sua moglie Eva, perché ella sia la madre di tutti i viventi. Ed in effetti, per vivere, occorre andarsene da un eden obsoleto. Non è forse mortale l’immortalità in un recinto seppur paradisiaco?

All’Annunciazione, l’angelo, entrando da Maria, le comunica: “Il Signore è con te”. Subito le spiega: “Concepirai un Figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo” (Luca 1, 28-33).

Allora Maria dice all’angelo:“Come è possibile? Non conosco uomo”.  Lerisponde l’angelo:“Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio” (Luca 1, 34-36)

L’Altissimo Dio, comincia a fare ombra, non è più solo luce diffusa, inizia ad assumere corporeità e sagoma.

Dopodiché Maria afferma all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga per me quello che hai detto» (Luca 1, 38). E l’angelo s’invola da lei.

Maria usa la breve locuzione PER ME. Ok, PER ME, moto attraverso luogo. Ma occhio all’altro Ok: PER ME, secondo il mio pensiero e secondo la mia volontà.

Poi: Maria serva? Serva nell’etimologia greca di fune collegante (la prima connessione wi-fi con Dio). Oppure serva nell’etimologia latina di serbare, conservare (il primo backup di Dio).

Matteo (1, 20–22) certifica che l’angelo del Signore dica a Giuseppe, prima della partenza verso Betlemme: “Non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un Figlio e tu lo chiamerai Gesù”.

Ecco dunque che il partorito da Maria è il primo ad avere una genetica divina, proveniente da Altissimo + Spirito, e una genetica umana, proveniente da Maria (figlia, secondo il Protovangelo di Giacomo, degli umanissimi Anna e Gioacchino).

La novità del genoma Dio-Uomo porta Iddio ad avere l’immagine e la somiglianza dell’Uomo, in antitesi al procedimento della Genesi. I cromosomi di Maria si trasmettono a Dio.

Gesù ha l’ombelico a testimonianza del cordone nutrizionale materno. Adamo non ha ombelico. E nemmeno Eva.

Se Eva è madre dei viventi, Maria è la madre di chi vuole vivere. Di chi vuole vivere perché ha in sé bellezza e disegno di Dio, ma anche di chi vuole vivere perché ha in sé la responsabilità di inventare la bellezza di Dio.

Gesù è il primo Diverso: il primo Dio diverso e il primo Uomo diverso. Libertà è diritto alla differenza.

Scrive Jean-Paul Sartre, sedicente ateo: “Alla nascita di Gesù, si dipinge sul viso di Maria uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, carne della sua carne, frutto del suo ventre. L’ha portato per 9 mesi e sta per dargli il suo seno. Il latte di Maria sta per diventare il sangue di Dio…” Forse Maria ha un brivido di timidezza, nell’accostare la mammella niente meno che a Dio. Lei avrà pur sempre una condizione umana, inferiore a quella mezza divina del Figlio. E questo Figlio ha già un futuro così grande che lo porterà velocemente via da lei.

Poi, come suggerisce Sartre, dopo la probabile titubanza, “Maria sente che il Cristo è suo Figlio. Lo guarda e pensa: questo Dio è mio Figlio. Questa carne divina è la mia carne, è fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia”.

Qui vale la pena sottolineare di nuovo che Dio diventa immagine dell’Uomo e non viceversa, come nel Bereshit di inizio Bibbia.

Prosegue Maria, con la voce di Sartre: “Nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere in braccio e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride” …. Un Dio dalla pelle liscia da carezzare. Un Dio che pesa tiepido sulle ginocchia. Un Dio che tiene sveglia la mamma, la quale interagisce quando Lui è sveglio e Lo osserva mentre dorme, per paura che smetta il respiro.

E che dolcezza l’allattamento, nel momento in cui le pupille di Maria sprofondano in quelle blu del figlio e lei ha l’impressione che lui la veda e la capisca come mai nessuno prima. E lei si sente bella come non mai….

“Ma non pensare che io, ebrea, non ti cresca secondo l’educazione ebraica!”, mormora ironica Maria al poppante.

Anche nel primo cristianesimo, la natura univoca Dio-Uomo non ha riconoscimento plebiscitario. Nel 428, Nestorio, patriarca di Costantinopoli, ritiene distinte, pur nella sola figura di Gesù, la matrice divina e la matrice umana. A parer suo, Maria è madre del Gesù-uomo e non del Gesù-Dio.

Cirillo, patriarca di Alessandria dal 414, ribadisce l’inscindibilità di carne e divinità nel nativo di Betlemme.

Il Concilio ecumenico di Efeso del 431, sotto Teodosio II, sancisce che natura umana e natura divina sono inseparabili nell’unica persona del Figlio. Da quel momento Maria può essere chiamata Theotòkos, “colei che genera Dio”.

Gesù-il-Cristo è dunque Figlio della Theotòkos e di un Padre celeste. E qui, volendo, si può salire di un gradino. Matteo e Luca proclamano, come già detto, che Gesù è concepito tramite lo Spirito Santo. Lo Spirito, in ebraico Ruah, è “la forza creatrice di Dio che rende possibile ciò che umanamente non lo è” (Luca 1, 37). Lo Spirito è la fonte primaria che conferisce fecondità alle donne sterili (Sara, Rebecca, Rachele, Anna, Elisabetta) e a quelle che non conoscono uomo (Maria).

Ma se lo Spirito – Ruah, come da contesto ebraico ed evangelico, è dapprima parallelo al Padre celeste, costui non ha il priorato della procreazione. Ruah, grammaticalmente femminile in ebraico, procrea grazie alla sua determinazione di genere muliebre, come “forza che opera il concepimento” (così la definisce Hans Kung, teologo, nel 1974).

Oh, my God, misericordia! Maria è la prima a scardinare lo schema androcentrico di un Padre (maschio), di un Figlio (maschio), di uno Spirito (preceduto da articolo maschile). Ci vogliono Ruah e molta Donna per fare un Dio-Uomo.

As-Saalam alaikum. Betlemme, sempre 21 settembre 1983. Territorio cisgiordano.

Sono sul muretto ad attendere il bus che mi riporti a Gerusalemme. Sul muricciolo due ragazzi mori hanno aperto una tavola per backgammon e vi giocano con pedine ricavate da cicche di sigarette.

Mi si ferma davanti una moto scoppiettante, una vecchia Norton. La guida un palestinese: trent’anni/occhi bruni, acutissimi ma teneri/barba a densità boschiva/caffetano kaki/kefiah a quadretti rossi e bianchi.

-Do you want to eat with me? – mi propone.

Monto sul sellino e cingo la pancia, peraltro minima, del motociclista. Si chiama Youssef.

La marmitta rutta come un drago che abbia mangiato dei petardi. La gomma posteriore perde a volte aderenza. La kefiah mi si infila in bocca.

Il tragitto è breve. Youssef parcheggia di fianco a una torretta di guardia, presidiata da due soldati israeliani, armati di fucili Galil.

Cumuli di pietre, reti metalliche, tratti di muro organizzano una recinzione per circondare il campo profughi di Dheisheh.

Arrivano subito due jeep, con altri militari israeliti in posizione di assalto.

Alzo le mani spontaneamente.

-We do not enter the refugee camp- precisa frettoloso Youssef.

Una soldatessa salta dalla sua jeep. Ha vent’anni/capelli color pesca/occhi turchini (e giacca quasi uguale) /pistola appesa alla cintura. Perquisisce Youssef, frugandolo dappertutto. Gli controlla il documento di identità.

-We would like to eat outside the refugee camp. In the kindergarten- spiega Youssef.

Tocca a me essere scandagliato sotto i vestiti. Il mio passaporto viene analizzato pagina per pagina. Passo sotto un metal-detector che pare un’installazione futuristica. La ragazza di leva parla a un walkie-talkie.

Davanti a noi si ripiega un grande arco di legno. Da un lato pende una gigantesca chiave. Dall’altro si affloscia la bandiera palestinese, nera/bianca/verde e con triangolo isoscele rosso a sinistra. È l’ingresso al campo di Dheisheh che, su parola di Youssef, non varchiamo. Buttando veloce lo sguardo oltre la soglia, vedo casupole sgarrupate e qualche tenda.

L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione) definisce così  i profughi: “I rifugiati palestinesi sono persone il cui normale luogo di residenza è stata la Palestina tra il giugno 1946 e il maggio 1948, che hanno perso tanto le loro abitazioni quanto i loro mezzi di sussistenza come risultato della guerra arabo-israeliana del 1948”.

Sulla destra, appena prima dell’accesso a Dheisheh, risalta con tinta mandarino una casetta oblunga. La anticipano quattro pali di legno che reggono una tettoia di metallo, da cui spiovono fiori porpora di bouganville. Sotto si allunga un tavolo bassissimo. 12 bambini lo attorniano, seduti su tappetini rettangolari. Hanno 3 o 4 anni e compongono un asilo, il kindergarten. 6 sono maschi e 6 sono femmine.

Ci mettiamo giù anche Youssef ed io, gambe incrociate. I capelli dei bambini sono nerissimi, da corvi che vadano a una festa dark. Pelli ambrate. Grembiulini azzurri tutti uguali.

La soldatessa si accuccia al sole. Si accende una sigaretta e ci tiene d’occhio.

Subisco l’esame dei bambini che, con un solo sguardo, decidono se io sono uno convinto dell’esistenza dei folletti, degli gnomi, delle fate.

Io conosco personalmente gnomi baltici/eschimesi/indiani/brasiliani/senegalesi/malgasci. Coi folletti irlandesi mi sento tutti i giorni. Non ho mai dubitato di case-fungo, di ghiande-cappello, di bacchette magiche cuspidate da stelle, di arcobaleni-mestoli in pentole d’oro. Se a me capita di raccontare una favola, io parlo di personaggi veri e vitali (c’è qualcuno che, quando dice ai bambini “Vi racconto una favola”, si capisce subito che lui non crede nelle fiabe. I bambini lo sgamano e non lo ascoltano).

I frugoletti palestinesi mi promuovono. Mi fissano le pupille, si alzano per toccarmi, sorridono.

Poi, dalla casa esce una ragazza. Indossa un thobe azzurro come il mantello dell’Annunciata di Antonello da Messina, ricamato con fregi d’oro. L’hijab turchese le copre capelli, collo, spalle.

-Maryam- la presenta Youssef.

Maryam mi fa una risonanza magnetica nucleare con occhi marroni cerchiati da anello nocciola. Passo pure il suo esame.

Il viso di Maryam è caffelatte, però squilibrato dal caffè. Zigomi sodi. Sopracciglia curate, minimamente curve. Naso concesso da Antonio del Pollaiolo. Turgide labbra rosa antico. Maryam è bellissima, come Maria del Corano, “la più veritiera”, “purificata da Allah”, “colei che ha ricevuto lo Spirito” (III Sura).

Maryam fa un cenno a Youssef, che si alza. I due spariscono nella casetta. Ne sortiscono con quattro piatti a testa, due in mano e due sugli avambracci. Li distribuiscono ai pargoli.

Con un secondo giro Maryam e Youssef portano altre 6 porzioni.

Con un cucchiaino i bambini mangiano quella che è makluba, carne d’agnello tritatissima/riso/cavolfiore. A me Maryam porta una scodella supplementare di hummus: la paprika in mezzo ai ceci mi prende a sberle l’ugola. Tossisco e i fanciulli ridono.

Maryam non pranza e racconta di sicuro una favola, vista l’attenzione immediata dei bimbi. Maryam parla un arabo che si contorce e crepita, che poi sfiora la monotonia ma ravviva subito l’architettura piatta con esplosioni di jazz consonantico.

Non indovino una parola e l’unica che capisco, (sbagliando?), è il nome italiano Antonio.

A fine racconto Youssef mi conferma:

-The tale of the good mouse Antonio-

Pax et bonum

Appunti del Terzo Millennio…….

Mi capita, un dì, di leggere questa storia.

Nel cortile di un campo di prigionia un detenuto familiarizza con gli animali che lo frequentano. Ai gatti randagi, ai leprotti, agli uccelletti il recluso porta sempre qualche avanzo del suo pasto.

Un giorno, il detenuto, a seguito di una insinuazione ridicola, viene rinchiuso in cella d’isolamento (accusa forse di aver nascosto una moneta sotto i sassi, oppure imputazione di aver intonato un canto che ha tolto il lucchetto alle nuvole, oppure crimine di aver disegnato una luna verde su una parete bianca…)

La cella è una stanza piccola, senza finestre, con porta di ferro. Il prigioniero vive giorni al buio e la sola luce che vede viene dallo spiraglio quando gli portano da mangiare. Al segregato non è neanche concessa la dose quotidiana di tabacco, giacché in isolamento è proibito fumare.

Eppure…. Eppure il prigioniero odora ogni giorno di tabacco, tabacco che non può arrivargli da nessuna parte….

I soldati di guardia si incuriosiscono e lo spogliano, azione peraltro già eseguita altre volte. Non trovando nulla, nemmeno nel vestito analizzato minuziosamente, decidono di interrogare il carcerato, che fa scena muta…. Eppure l’aroma di un buon tabacco prevale sulla puzza di umido. I soldati raccolgono addirittura dal pavimento pagliuzze di trinciato.

Il recluso all’improvviso afferma che parlerà solo in presenza del Comandante del campo di prigionia.

Nella cella aperta, il Comandante e due soldati si portano le sedie per assistere a una comoda confessione. Un militare tiene per sicurezza la pistola in pugno. Il recluso è appoggiato al muro, chiappe in terra, gambe distese.

-Allora? – domanda il Comandante.

Il carcerato dà un colpetto alla parete, come per bussare. Da una fessura esce un topolino su cui sono avvolte tre sigarette.

Il carcerato si sdebita col topo: -Grazie, Antonio- E sfama il roditore con qualche briciola.

Quindi il recluso sottrae una sigaretta al topo, guarda il Comandante sorridendo e gli chiede:

-Per caso ha da accendere? –

Io ho avuto e ho la fortuna di potermi andare a comperare le sigarette da solo.  Ma, per scaramanzia/prudenza/oculatezza, ho anch’io un amico topo che affettuosamente chiamo Tonino.

Infine… Ho pensato spesso che quei 12 bambini all’asilo non fossero tutti palestinesi. Ho pensato che 2 di essi fossero israeliani, 2 libanesi, 2 siriani, 2 giordani, 2 egiziani e solo 2 palestinesi. Li ho pensati adolescenti, palpitanti di ormoni, desiderosi di giochi e moine. Li ho pensati ventenni, entusiasti, immalinconiti, ingenui, taglienti nell’ironia. Li ho pensati, ventiduenni, incontrarsi per caso in una Università di Roma, di Berlino, di Buenos Aires, di Tokio, di San Francisco….

Squit, squit. Casa di Tonino il topo, 21 febbraio 2022

Ad oggi si contano sui fronti medio-orientali 160000 giovani soldati morti: israeliani, libanesi, siriani, giordani, egiziani, britannici, caschi blu…. 

 … e continua a cantare Joan Baez, su testo di Pete Seeger:

“Dove sono andati a finire tutti i giovani?

Sono tutti in uniforme. Quando mai impareranno?

Dove sono andati a finire tutti i soldati?

Sono andati tutti al cimitero. Quando mai impareranno?”

 Carlo Maria Milazzo

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Aut. Tribunale di Bologna n. 8115 del 09/11/2010

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