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Beatriz e Blanche, “trovatore” medioevali

N. 110 - Aprile 2026

 

 

 

 

Beatriz e Blanche, “trovatore” medioevali

Per questo secondo appuntamento con il mondo femminile musicale intitolato alle Compositrici, proverò a inquadrare il periodo storico nel quale vissero la Contessa Di Dia e Blanche de Castille. Queste due compositrici sono protagoniste delle parole di Sant’Agostino che proclama matrimonio, solo l’unione che presenta i requisiti di fedeltà, prole e indissolubilità del legame contratto davanti a Dio. Questi diritti – doveri, sfociano nell’obbligo di una vita in comune, nella quale pesa il debitum coniugale.

Con le leggi raccolte nel Codice di Diritto Canonico, già dal XII secolo, una minore (per la cultura del XXI secolo) di 12 anni poteva andare in sposa a un minore di 14 anni. A vantaggio della sposa – in relazione alla concezione antica di unione matrimoniale – vi era che la promessa avrebbe contratto lo sposalizio consensualmente. Una magra ricompensa, poiché non sarebbe stata sollevata dall’ubbidire alle umilianti leggi giudaiche contro le quali lo stesso Gesù – come sottolineano i Vangeli – si batté.

Dopo gli Apostoli e le loro parabole, per le donne la vita familiare corre parallelamente a quella monastica. È solo una questione di scegliere tra una vita dedicata alla carità e alla preghiera e una alle dipendenze di un coniuge. San Benedetto da Norcia a Montecassino fu fondatore del più antico Ordine monastico, nel primo trentennio del VI secolo, e la sua sorella gemella, Scolastica, dirigerà, osservando la regola monacorum, un cenobio a Piumarola, distante qualche miglio, dall’imponenza di quello cassinese. E, si badi bene, seguirà la regola del silenzio. Le donne da sempre ricoprono il ruolo delle mediatrici. Galla Placidia, Rusticiana e Amalasunta (che ritroveremo nell’opera lirica I Goti, di Stefano Gobatti, data al Comunale di Bologna nel 1873, dove riscosse un clamoroso successo), rimasero celebri per aver cercato di conciliare i Latini con i Barbari. Il popolo longobardo che viveva in Italia considerava la donna alla stregua di una stolta, poiché non era in grado di combattere; una donna quindi incapace di rendersi indipendente dalla famiglia di nascita e da un eventuale marito. Gli interessi economici e politici relegavano la donna alla passività, tanto da non concorrere all’eredità familiare che spettava di diritto solo ai maschi. Perfino l’ordinamento feudale considerava la moglie di un guerriero una figura sottomessa. Un tira e molla che, dalla nascita di Gesù ai giorni nostri, non ha trovato ancora un equilibrio, poiché (e purtroppo) il matrimonio senza consenso della sposa (contratto su imposizione e senza che la stessa potesse decidere chi e da chi essere amata) fu praticato sempre e in ogni secolo. Molti i motivi per i quali la donna dovette e deve continuare a sacrificarsi.

Introdotto il quadro storico nel quale le donne sopravvivevano, vi collocherò la musica trovadorica, con i suoi trovatori e trovieri (al maschile). I musicisti in questo periodo avevano sempre un che di giullaresco, mentre l’Europa, si allineava ai dettami guerrieri della Germania. I titolati che tornavano ai loro castelli tra una guerra e l’altra vivevano del sogno dell’investitura divina, di prodezze e di spirito rocambolesco, nonché interessati alle musiche degli uomini liberi.  I nobili avevano escluso l’indirizzo – divenuto estraneo – della Chiesa e dei suoi precetti. Ora gli uomini erano combattenti.

La Francia del Sud fu la patria dei trovatori e quella del Nord dei trovieri. Entrambi nati dall’ibridazione delle figure del Bardo celtico, del Giullare italiano e dello Scop germanico. L’opera lirica del XVIII e XIX secolo è la risultante del trobar, che assunse per ben duecento anni (perciò dal XII al XIV secolo) importanza sociale. Divenne inoltre un fenomeno che permetteva di inventare rime e foderarle di musica. Una viella o un liuto e, il trovatore è completo. Composti e messi in musica i suoi versi, li declama con il canto. Nel circolo de la Trouverie non conta il ceto sociale. L’importante è partecipare alle competizioni che, se vinte, avrebbero permesso la divulgazione dei testi e delle musiche in tutta l’Europa conosciuta.

Ferrarino de’ Troni o Trogni da Ferrara è forse il modello in assoluto più colmo e a questo link https://www.omnismagazine.com/dante-ispiratore-dellopera-lirica/ la sua vera storia, legata al sorgere delle Accademie. Un ulteriore saggio, sempre a firma Mirella Golinelli, fu pubblicato anche per la Camera di Commercio Industria e Artigianato di Ferrara, dove grazie all’opera del pittore Lombardi e del maestro Alberto Beretta, fu possibile ricostruire il blasone di Ferrarino.

https://www.paliodiferrara.it/wp-content/uploads/2018/04/Rassegna-Stampa-Palio-di-Ferrara-Edizione-2016.pdf

Le trame dei versi furono di varia natura. Gli artisti producevano canti incentrati su 4 o 5 argomenti, tra cui sulla libertà, che non era condizionata dalle ristrettezze del nostro secolo. L’amore, le donne, il cordoglio per la morte di persone famose, il livore e l’apprezzamento, l’avversione, il dispiacere e i temi d’attualità dell’epoca erano consueti. Le forme musicali avevano questi nomi: canso, jeu partì, aubade, canso de toile, in cui si narravano le sventure amorose e plahn, sirventesi e ennui, erano gli argomenti dei quali si riusciva a dibattere solo attraverso la satira. Le composizioni melodiche erano di carattere monodico. Con i cordofoni si raddoppiava la linea del canto a sostegno; oppure, tra una strofa e l’altra, – introdotto qualche accordo vicino – si poteva ascoltare un intercalare puramente strumentale. Trasportato tutto su pergamena, gli esecutori leggevano caratteri neumatici, sempre contenuti nell’intervallo perfetto di 5a.

Solo gli studiosi moderni, per conferire ritmica alla scrittura musicale di quel periodo, hanno stilizzato dei gruppetti, molto simili a quelli che si trovano nella pratica della musica spagnola. Il mondo dei trovatori e dei trovieri, volutamente riservato per secoli agli individui di sesso maschile, ha trovato espressione, trasversalmente a mille peripezie, per merito dell’arte del comporre delle donne. L’esprimersi nella maniera ermetica del trobar clus fu prerogativa anche loro.

Beatriz de Dia, meglio nota come la Comtesse de Dia (Die), nasce nel 1140 e muore nel 1212. Viaggia freneticamente tra la Francia, la Provenza (che le ha dato i natali) e l’Italia, tanto da essere presente in Lombardia e forse anche in Veneto, come dimostra un canzoniere manoscritto conservato nella BNF di Parigi, ms.FR.854 del secolo XII. Sicuramente fu la più famosa Trobairitz o Trovatora

Non vanno tuttavia dimenticate le figure secondarie di Tibors di Sarenom, Castelloza, Azalais di Porcairagues, Bieris di Romans per i componimenti di canzoni e, per i sirventesi, di Germonda di Montpellier.

 La Comtesse (moglie) vede contestato dagli storici del XX secolo sia il titolo nobiliare che il matrimonio con Guglielmo I di Poitiers. Il coraggio di cantare con spregiudicatezza e ardimento i propri sentimenti di autocelebrazione ma anche il dolore e il tradimento subìti, le fecero considerare “i maldicenti” come una nuvola che oscura il cielo.

Nelle molte composizioni di Beatriz figura anche la linea del flauto. Le cinque rimaste che la contengono sono conservate nel Canzoniere privato di Carlo d’Angiò, fratello di Luigi IX, il quale era figlio di Blanche de Castille.

Questa nobile donna nasce nel 1188 in Spagna e muore nel 1252 a Parigi. Fu regina consorte e reggente di Luigi IX, suo figlio, in Francia e, fu sposa a soli 12 anni di Luigi VIII, al quale diede 11 figli. Era nuora di Eleonora d’Aquitania.  Insieme furono Troviere.

Le iconiche Blanche e Beatriz, si misurarono con altre figure femminili di secondo piano ma parimenti con i maschi. Composero pure ballate, albe e tenzoni. Vissero all’epoca dell’amor cortese, della cavalleria,in secoli (XII e XIII) nei quali, probabilmente, si forgiò la maleducata frase “chi dice donna, dice danno”, ma con la loro tenacia, furono in grado di fare propria la legge feudale che, alla concessione di un favore, da parte della donna, il cavaliere doveva restituire, fiducia e fedeltà. Fu Carlo Magno nell’VIII secolo a plasmare i Miles o Cavalieri, momento documentabile dal quale ebbe inizio l’epopea cavalleresca. Dall’alto medioevo del IX secolo fino al XIV secolo, i cavalieri offrivano i loro servigi al loro signore, combattendo in sua vece e perseguendo il motto: “La mia anima a Dio, la mia vita al Re, il mio cuore alla mia amata, l’onore a me”. Al cavaliere veniva concesso, dal suo signore, di proteggerne la consorte dalle ingiustizie che subiva, a costo della vita. Questo richiama alla mente la vicenda di Re Artù, Ginevra e Lancillotto!

Intanto la lingua latina aveva fatto il suo tempo. A nord della Loira, si parlava in lingua d’oil, mentre gli abitanti delle regioni francesi che si affacciavano al Mediterraneo, discorrevano in lingua provenzale o d’oc. Le composizioni di Blanche, come questa a carattere religioso Amours U Trop  Tart Me Sui Pris  https://youtu.be/vbCUfelK8Ic?si=-phyTlSybqELAlou appartengono al patrimonio medievale e alcuni suoi brani sono entrati a far parte di compilation di pubblico dominio.

Blanche de Castille e Beatriz de Die furono il più conclamato esempio di vissuto di questi secoli, nei quali solo all’uomo era consentito il cantare d’amore. Due nobildonne, culturalmente dotte, che riuscirono a esprimere appieno il concetto d’amour courtois; quello che spesso era al di fuori di quel tipo di prigione che aveva nome matrimonio. Intrepide composero musica e cantarono versi che divennero vessillo dei sentimenti negati.

Mirella Golinelli

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