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Al cinema il padre dell’atomica

N. 86- Febbraio 2024

 

 

 

Al cinema il padre dell’atomica

Qualunque film esca dalla premiata ditta Chistopher Nolan è come una ciambella che esce dal forno del cinema: calda, morbida, fumante, gustosa, perfettamente circolare, col buco in mezzo.

Non è diverso “Oppenheimer”, il film che narra la storia dello scienziato che capitanò le squadre di esimi ricercatori che allestirono la bomba atomica, l’unica ad oggi utilizzata, nel 1945.

Un film così atteso, preparato dalla messa in onda del documentario sul personaggio storico di Oppenheimer su Sky documentaries e Rai Play, arriva nelle nostre sale a fine agosto 2023.

E con un tempismo perfetto.

Proprio adesso, nel cuore dell’Europa, che ormai da 70 anni aveva chiuso con i conflitti interni e dal 1989 aveva chiuso col “mostro” della minaccia nucleare, si vede riaprire una guerra, quella tra Russia ed Ucraina, in cui uno dei due belligeranti minaccia di tirare la bomba atomica sull’altro.

Il parallelismo, lo slittamento, il miscuglio di spazio e tempo, che sono la caratteristica principale e distintiva della regia di Nolan (il film “Inception”, con Di Caprio, ne è il manifesto) qua sono pressoché assenti.

Troviamo, invece, dei classicissimi, quanto efficaci, flashback.

Imponente, invece, lo schieramento degli attori.

Cillian Murphy è centratissimo nel ruolo del protagonista, nel rendere tutti i suoi stati d’animo e le sue contraddizioni.

Troviamo un insolito Robert Downy Jones, credibilissimo nei panni del cattivo.

Matt Damon, il migliore in campo, nei panni di un generale di età matura e di consumata esperienza militare.

Un’irriconoscibile Emily Blunt, un rarefatto Kenneth Branagh, un inaspettato Gary Oldman.

Durante tutta la proiezione, tre ore fluide volate via senza neanche accorgersene, una sola domanda albergava nella mia mente.

Perché?

Possibile che gli scienziati che lavoravano alla bomba, compreso il nostro Enrico Fermi che faceva parte di una delle quattro squadre di lavoro dirette dal buon Oppenheimer, non si rendessero conto che stavano mettendo a punto qualcosa di satanico e micidiale?

Più volte nel film ritorna il concetto secondo cui Einstein aprì una porta su un mondo e poi la richiuse per paura di guardarci dentro.

Perché si poteva fare.

Era l’unico motivo per costruire l’ordigno.

Quando uno scienziato o un inventore si trova fra le mani qualcosa di veramente nuovo, l’unica cosa a cui pensa è sviluppare l’applicazione tecnologica che deriva da quella nuova conoscenza. Non è interessato a nient’altro, non è interessato a stabilire se quello che fa è giusto o sbagliato, alle implicazioni morali, l’unico scopo è vedere dove lo porta la nuova scoperta.

Quando poi l’opera è realizzata, allora scattano le riflessioni, i possibili scenari futuri, ma ormai è troppo tardi.

Lo stesso tema è affrontato in un film di fantasia di qualche anno fa, della saga di Jason Bourne, “Bourne legacy”.

Qui un’incantevole Rachel Weisz interpreta una scienziata che spiega il medesimo concetto, cioè “l’unica cosa che mi interessa è la scienza”, ad un incredulo, attento e scarno Jeremy Renner nei panni di un agente alfa della CIA, sul quale la buona agenzia sta conducendo delle sperimentazioni.

Realtà e fantasia si guardano allo specchio.

Ora sta accadendo la stessa cosa con l’intelligenza artificiale: prima si realizzano robottini, poi l’inventore va in tournée al Congresso Americano per avvertire deputati e senatori dei possibili pericoli del loro uso.

E poi c’era il momento storico.

Si doveva realizzare.

La bomba.

Si doveva ultimare prima di Hitler, il nemico pubblico: questo fu il pathos sfruttato dal governo americano per far correre gli scienziati verso l’obiettivo.

In realtà gli Stati Uniti volevano avere la bomba atomica solo per usarla: ora sapete che l’abbiamo, sottomettetevi tutti, abbiate paura, siamo i più potenti e ve lo abbiamo dimostrato.

A poco importava che l’ordigno avesse procurato morte ed indicibili sofferenze a migliaia di poveri civili.

Rimane la versione cinematografica.

Se Nolan ha creato il film per cavalcare l’onda o per avvertirci di un rischio di cui tutti siamo perfettamente consapevoli, ma impotenti, questo non lo sappiamo.

Ma la narrazione della vicenda umana di Oppenheimer è avvincente ed appassionante, assolutamente da vedere, per chi non l’ha già fatto.

Camilla Pasquali

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