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Agricoltura: in Emilia Romagna 30.000 aziende a rischio chiusura

N. 90- Giugno 2024

 

 

 

Agricoltura: in Emilia Romagna 30.000 aziende a rischio chiusura

Trentamila aziende agricole dell’Emilia Romagna sono a rischio chiusura. È quanto emerge da una indagine di Agri2000 Net, società di servizi in agricoltura, che conferma il malessere di migliaia di agricoltori che sono scesi con i trattori per le strade d’Italia e d’Europa.

Presentati al Forum dell’Imprenditorialità 2024 intitolato “Come gestire il passaggio generazionale?” organizzato da Agri2000 Net, i dati raccolti con un campione di 1.600 aziende agricole del territorio dell’Emilia evidenziano come il 75% degli imprenditori agricoli sopra i 50 anni non abbia ancora trovato un successore a cui affidare il prosieguo dell’attività.

Il 50% degli intervistati over 50 ha dichiarato che probabilmente la propria azienda nel futuro sarà venduta, mentre il 40% sarà affittato. L’83% delle aziende senza successore non sta al momento neanche tentando di individuarlo, mentre al 62% non interessa individuarlo nemmeno in futuro.

Elaborando questi risultati sulla base dei dati del 7° Censimento generale dell’agricoltura – sostiene Agri2000 Net – in Emilia-Romagna, potrebbero chiudere circa 30 mila delle 43 mila aziende con un titolare sopra i 50 anni. È un dato preoccupante sia perché riguarda uno dei territori agricoli più sviluppati d’Italia, sia perché si tratta della maggioranza delle 54 mila aziende agricole rilevate dal Censimento Istat in questa regione.

Interpellati sui motivi di una tale scelta, la maggioranza dei produttori (70%) ha risposto che il motivo che dissuade gli imprenditori a proseguire l’attività di imprese è la scarsa redditività dell’azienda. Un segnale di speranza viene dal fatto che la stessa percentuale di risposte assegna alla “passione” il motivo della scelta di tanti giovani di intraprendere l’attività agricola.

Condotta fra novembre 2023 e gennaio 2024, appena prima della discesa nelle strade di tutta Europa dei trattori, l’indagine conferma il momento di difficoltà del settore. Anche se le motivazioni della protesta sono alquanto differenti da Paese a Paese, il denominatore comune è proprio quello individuato dall’indagine di Agri2000 Net: la redditività aziendale, messa in crisi dagli alti costi di produzione e dai bassi ricavi.

I primi trattori si sono mossi in Germania, dove l’inattesa crisi economica ha portato il governo a tagliare i sussidi per il gasolio agricolo, scatenando la protesta delle campagne rimaste a secco delle agevolazioni pubbliche.

Da questa scintilla gli agricoltori degli altri Paesi europei (ognuno con propri argomenti nazionali, dalle tasse al taglio dei sussidi) hanno poi trovato un obiettivo comune, quella Politica Agricola Comunitaria (Pac) che negli ultimi anni ha fatto forse qualche passo più lungo della gamba. Bruxelles è sotto accusa per il cosiddetto Green Deal, le scelte di politica ambientale, con la decisione di dimezzare entro il 2030 l’uso dei fitofarmaci o aumentare dal 4 al 10% i terreni non coltivati per difendere fauna selvatica e insetti.

Tutto questo mentre l’Ue cerca accordi per arrivare a trattati di libero scambio con nazioni extraeuropee, come ad esempio le trattative con il Mercosur, l’associazione dei Paesi del Sudamerica, che però presenta almeno due ordini di problemi per l’agricoltura. Il primo: l’Ue esporta soprattutto prodotti industriali e importa principalmente prodotti agricoli. Il secondo: nei Paesi d’oltreoceano si usano fitofarmaci vietati in Europa, che consentono produzioni maggiori, a più basso costo. Gli agricoltori hanno quantomeno l’impressione di essere messi in svendita per esportare più prodotti industriali. Quello che gli agricoltori europei paventano è di ritrovarsi davanti ad una concorrenza sleale, che metterebbe fuori mercato le produzioni comunitarie.

La velocità con cui la Commissione Ue si è “arresa” ai trattori su Green Deal e accordi di libero scambio lascia quantomeno perplessi. Come lascia perplessi la decisione italiana di tornare, ad appena un mese dalla sua reintroduzione, all’esenzione (almeno in parte) dell’Irpef chiesta dai trattori nostrani.

Non si tratta di richieste nuove del mondo agricolo, perché sono problemi che le grandi organizzazioni europee ed italiane in precedenza avevano sottoposto più volte a Bruxelles, visto che già da tempo le aziende hanno difficoltà ad andare avanti con un reddito soddisfacente. Aspettare che scendano in strada i trattori per fermarsi a riflettere non è proprio un buon segnale perché rischia di delegittimare quei corpi intermedi (le organizzazioni agricole) che sono uno strumento importante nelle democrazie.

Comunque qualcuno dice che la marcia indietro di Bruxelles è solo una pausa in attesa delle elezioni europee. Staremo a vedere.

Giuseppe Di Paolo

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