Quando San Marino aiutava l’Italia



Garibaldi e San Marino

La più antica Repubblica del mondo ha ancora seri problemi di relazione con lo Stato che la circonda. Certo è che con l’Italia San Marino non ha mai avuto vita facile, pur essendosela cavata sempre in modo egregio. Facendo un salto nel passato si può fare pure cenno ai pesanti contrasti che San Marino ebbe con lo Stato pontificio, ma la piccola Repubblica riuscì a respingere il tentativo d’annessione tramato dal Cardinale Alberoni.

 

Giosuè Carducci scriverà nel 1894 nel discorso “La Libertà Perpetua di San Marino”, tenuto il 30 Settembre per l’inaugurazione del nuovo Palazzo Pubblico Sammarinese, riferendosi al fallimento del tentativo di annessione allo Stato Pontificio orchestrato dal Cardinale Alberoni che invase il piccolo Stato nel 1739, Cardinale che vide fallire i propri propositi allorquando il messo Papale Monsignor Enriquez il 5 Febbraio 1740 decise di rendere la libertà ai Sammarinesi.

 

Anche anni dopo, nel Risorgimento, così come durante la seconda guerra mondiale, San Marino svolse un ruolo d’importanza strategico – politica – umanitaria di assoluto rilievo. Purtroppo la storia, che dovrebbe insegnare a futura memoria, invece, insegna che non insegna nulla…

 

Tutto nasce con la seconda Repubblica Romana, quella retta da un triumvirato composto da Armellini, Mazzini e Saffi, che fu abbattuta, sei mesi dopo la sua proclamazione, dai Francesi accorsi insieme ad Austriaci, Spagnoli e Napoletani per restaurare la sovranità di Papa Pio IX.

Responsabile della difesa fu Giuseppe Garibaldi che, alla caduta della Repubblica, con alcune migliaia di seguaci il 2 Luglio 1849 forzò le linee avversarie iniziando un avventuroso viaggio attraverso l’Italia centrale per portare aiuto a Venezia, che ancora resisteva agli Austriaci ad oltre un anno dalla proclamazione della Repubblica di San Marco. Il Generale arrivò il 29 luglio alle porte di San Marino.

 

Inviò un messaggero per chiedere il permesso di transitare in Repubblica ma, in un primo momento vi fu il rifiuto del Reggente Domenico Belzoppi motivato dal fatto che un simile passaggio poteva essere di pericolo per il piccolo Stato. Le truppe vennero quindi invitate ad aggirare il territorio sammarinese. Garibaldi non demorse e rinnovò la sua richiesta il giorno seguente ma ottenne il medesimo diniego. Venne però confermato il rispetto dei sammarinesi per profughi e bisognosi e quindi, a patto che le truppe restassero fuori dai confini, sarebbe stato loro garantito cibo e assistenza.

 

Al mattino del 31 Luglio, però, le cose si complicarono e, visto l’accerchiamento da parte degli avversari, i soldati garibaldini varcarono il confine sistemandosi a ridosso delle mura cittadine del Castello di San Marino. Garibaldi si recò subito a colloquio dalla Reggenza per comunicare le necessità che lo avevano condotto ad oltrepassare il confine. Il Reggente Belzoppi rinnovò la richiesta di evitare pericoli per la Repubblica e ordinò di continuare a sfamare e curare le truppe. Il Generale sciolse il suo ormai ridotto esercito, cosa che fece davanti al Convento dei Capuccini, ritenendo inutile continuare a schierarlo di fronte all’esercito austriaco che ormai cingeva d’assedio San Marino.

 

É a questo punto che comincia il difficile passaggio negoziale per le autorità sammarinesi. Il microstato di fronte alla grande potenza imperiale austriaca. La negoziazione condotta da Belzoppi portò alla conclusione che le armate austriache non avrebbero attaccato la Repubblica se la truppa garibaldina fosse stata sciolta e se i singoli esenti da reati fossero stati accompagnati in piccoli gruppi ai loro domicili di origine. Per Garibaldi e la moglie gli austriaci chiesero l’esilio oltreoceano, cosa che il Generale comunicò alla Reggenza di non potere accettare.

 

Garibaldi rifiutò la proposta e preferì allontanarsi segretamente, la notte stessa, con pochi fedeli e la moglie Anita, che di li a poco sarebbe morta per la fatica e le privazioni nella pineta di Ravenna; a guidarli nottetempo giù dalla Rocca e attraverso le linee nemiche fu proprio il Postiglione di San Marino, che individuò un percorso sicuro in un territorio interamente occupato dai soldati nemici ed a ciò contribuì l’azione di altri sammarinesi che fornirono ai due coniugi abiti, tant’è che l’abito lasciato da Anita prima di vestire panni maschili per camuffarsi meglio, è ancora a San Marino.

 

La scoperta della scomparsa del Generale portò ad una immediata reazione degli Austriaci che varcarono i confini sammarinesi pretendendo la consegna delle truppe garibaldine. Le autorità locali ancora una volta dimostrarono grande spirito in difesa della libertà e a tutela dei patrioti italiani e si opposero a tale richiesta, negoziando la sola consegna delle armi che furono così in gran parte requisite e consegnate. Il giorno successivo, 2 Agosto 1849, la vicenda poteva considerarsi pressoché conclusa, anche se alcuni garibaldini ancora si trovavano in territorio e la cosa non piaceva agli Austriaci, ma la Reggenza negoziò ed ottenne, nei giorni successivi, un numero di lasciapassare sufficienti a metterli tutti al sicuro.

 

Il rapporto tra San Marino e Garibaldi non terminerà con questo episodio: il 24 Aprile 1861, il Consiglio Principe e Sovrano della Repubblica decretò il conferimento della cittadinanza onoraria a Giuseppe Garibaldi che così ringraziò da Caprera il 1° Giugno successivo: “Signori Capitani Reggenti di San Marino, sono oltremodo sensibile e grato all'onore che volle farmi il Governo della Repubblica di San Marino nel conferirmi la cittadinanza Sammarinese, il cui diploma mi pervenne a mezzo dell'egregio Sig. Avv. Brofferio. Vado superbo di essere cittadino di tanta virtuosa Repubblica. Tra i molteplici tratti di generosità che la resero rispettata e benemerita nei secoli havvi quello recente, e per cui conserverò eterna gratitudine, dell'ospitalità che diede a me ed ai miei commilitoni nella ritirata da Roma nell'anno 1849. Prego loro Signori di farsi interpreti, di questi miei sentimenti presso gli onorevoli del Consiglio Generale. Con distinta stima di loro, Dev.mo Giuseppe Garibaldi”

 

Giuseppe Garibaldi tornerà sull’episodio sammarinese altre volte ed in particolare nelle sue Memorie Autobiografiche in cui, a pagina 245, scrive: “Giunti a San Marino io scrissi sul gradino di una chiesa, al di fuori della città, l’ordine del giorno, espresso circa nei termini seguenti: “Militi, io vi sciolgo dall’impegno di accompagnarmi. Tornate alle vostre case, ma ricordatevi che l’Italia non deve rimanere nel servaggio e nella vergogna!” Una intimazione era giunta al Governo di San Marino da parte del generale austriaco, con condizioni per noi inammissibili, e ciò cagionò una reazione benefica nello spirito dei nostri militi, che si decisero a combattere a tutt’oltranza piuttosto di scendere a patti ignominiosi. Il convenuto col governo della repubblica era di deporre le armi su quel territorio neutro, e che ognuno avrebbe potuto tornare liberamente a casa sua. Tale fu il patto concluso con codesto governo, e nulla si volle patteggiare coi nemici d’Italia”.

 

Un interrogativo sorge spontaneo: se San Marino non avesse protetto Garibaldi, il Generale sarebbe stato facilmente catturato ed ucciso insieme ad Anita ed al manipolo di camice rosse che aveva al seguito. Così fosse stato, chissà quando si sarebbe compiuta l’unità d’Italia.

 

 


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