TESTO E FOTO DI

Carlo Maria Milazzo

Venezia



A spasso con Brodskij

Venezia, città degli Incurabili. Ma Incurabili in che senso? Nel senso che chi ci va è perché non sa guarire dall'attrazione della città? O nel senso che chi ci sta è perché vuol lasciarci consapevolmente le penne?

 

Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura nel 1987, era un Incurabile del primo tipo. Per diciassette anni consecutivi trascorse almeno uno dei mesi invernali a Venezia, alloggiando in pensioni muffose o in appartamenti sfitti poco riscaldati. La sua professione di insegnante accademico a New York prevedeva una pausa nella stagione fredda ed allora il poeta russo saltava su un aereo che lo portasse oltre Atlantico. Poi il treno fino a quello scatolone rovesciato che è la stazione di Santa Lucia.

Chiunque arrivi sui gradini fuori dalla stazione veneziana, sia per la prima volta oppure per la quindicesima, non può non avvertire d'essere ad un capolinea del mondo. La banalità della terraferma, per l'appunto ferma nella sua proposta di paesaggio, lascia il posto al gioco dell'acqua che movimenta i profili delle barche e dei palazzi. Questi gradini sono la soglia che separa la vita ordinaria dall'ingresso in una fiaba incantevole ed anche spiritualmente ricca (Come borbottava tra sé e sé Brodskij, se lo Spirito di Dio aleggia biblicamente sulle acque, le acque devono rifletterlo).

 

Se uno giunge a Venezia per la prima volta, probabilmente viene subito fagocitato da un vaporetto. L'insolito mezzo di trasporto deve essere il tramite per la lenta introduzione nella favola. Ma se uno si ritrova sul Canal Grande per la terza o per la decima volta, il desiderio che gli sorge spontaneo è senz'altro quello di un contatto fisico con la città: una lunga passeggiata massaggerà il sangue e innalzerà l'umore.

 Supponiamoci a braccetto di Brodskij, appena tornato in laguna per la quarta volta. Il poeta ha ancora la magrezza dei diciotto mesi di lavori forzati che in Russia gli hanno affibbiato per “parassitismo sociale”. I capelli se ne sono andati in cima al cranio ma quelli rimasti lunghi sulle tempie conservano una sfumatura rossa. Gli occhi a sfondo verde denunciano una malinconia che si direbbe genetica. Il naso è diritto quanto un corrimano e la sigaretta in bocca gli sta bene come tra le labbra di un gangster. Il nodo allentato della cravatta affiora da un cappotto lungo e dalla giacca color ruggine.

 

La prima voglia di Iosif è quella di ricevere da Venezia un abbraccio di piovra affettuosa. I tentacoli assottigliatisi in calli sempre più anguste arrivano fin quasi alla stazione: basta attraversare il ponte degli Scalzi e lasciarsi prendere ad esempio dalla calle Chioverette. Quattro passi, un ponte ed ecco il campo San Simeon Grande. Altra calle, così stretta che a camminare fianco a fianco si rischia di sbucciarsi i gomiti all'esterno. Quindi un altro campo che sembra una delle ventose aperte della piovra. Poi la Ruga Bella ed il campo San Giovanni dell'Orio.

Tra alberi spogli, due panchine rosse ed un campanile in cotto del 1200, Brodskij ci racconta che, quando ancora non era stato a Venezia, il suo pensiero era quello di andarci come un Incurabile del secondo tipo. Da giovane aspirante suicida Iosif avrebbe voluto affittare una stanza a pelo di un canale e lì, in un contesto totalmente decadente, si sarebbe fatto saltare il cervello con una pistola.

 

Meglio camminare ancora, per calle del Tintor. L'aria di gennaio è pungente quanto la lancia di un San Giorgio sulla gola. In alto, il cielo offre un rettangolo azzurro vivo. Dopo uno zig zag da videogioco, siamo davanti alla facciata di Santa Maria dei Frari, stile tardo gotico. Dietro l'edificio spunta un campanile massiccio che pare il body-guard della chiesa. Non ci si può esimere da una visita: l'interno è solenne, diviso da poderosi piloni e incupito da monumenti funerari. In fondo però, sull'altare maggiore, spicca una macchia arancione, quasi che una spremuta di tarocchi siciliani si sia rovesciata su una tela. E' il vestito che Tiziano ha regalato all'Assunta per congedarsi focosamente dalla terra che l'aveva condannata a sobri mantelli blu.

 

Riprendiamo a girovagare. Mentre saliamo e scendiamo ponti merlettati, a cavallo di canali pigrissimi, il nostro compagno ci filosofeggia che Venezia è la città dell'occhio. In laguna le altre facoltà sensoriali passano in secondo piano giacché è la pupilla che è continuamente sollecitata. Sulla rètina si avvicendano pizzi di marmo, frontoni intarsiati, capitelli ridondanti, colonne fregiate, cariatidi coi polpacci al vento, nicchie abitate da santi, cornicioni da cui signoreggiano cherubini, leoni rosa, cavalli di bronzo, mosaici splendenti di oro, finestre moresche..... Brodskij aggiunge che questa invasione dell'occhio è curativa per qualsiasi Incurabile: la nostalgia o il malessere vengono sedati all'istante dalla bellezza ma soprattutto l'egosimo, che è il padre di depressioni e malattie, non può reggere il confronto con la scena. “Nessuno può fare il divo per molto in mezzo a un servizio di porcellana posato su un'acqua di cristallo, il fondale gli ruba il palcoscenico”.

 

L'itinerario a piedi prosegue. Si passa davanti alla Scuola di San Rocco, impero del Tintoretto. Quindi si attraversa il campo San Pantaleon e poi ci si sofferma in quello molto ampio di Santa Margherita. Il centro è presidiato da bancarelle che vendono pesce oppure frutta mentre lo sfondo è conquistato da palazzetti di sapore bizantino.

Su per Rio Terrà Canal, poi si fende campo San Barnaba, poi ci si inoltra in un labirinto di calli così strette che se si è sovrappeso si rischia di rimanere incastrati come il tappo di un dentifricio nel tubo di un lavandino. Si sbuca sul Rio di San Trovaso, abbastanza largo e dunque “gondolabile”. Pochi passi e si accede alle Zattere ai Gesuati.

 

Qui la piovra ti molla e, anche se la sua presa non è mai stata soffocante, un respiro profondo dilata istintivamente i polmoni. Davanti c'è il vasto Canale della Giudecca, sempre increspato da correnti d'aria o da imbarcazioni troppo grosse. La riva opposta appartiene all'Isola omonima che si stende per intero, dal Molino Stucky fino alla chiesa del Redentore. Procediamo col nostro amico poeta lungo le Zattere che dopo i motivi palladiani della chiesa dei Gesuati prendono il nome, ebbene sì, di Fondamenta degli Incurabili. Il toponimo fa riferimento al vecchio ospedale, detto proprio degli Incurabili visto che nel 1600 e nel 1700 ospitava solo malati terminali.

Le Fondamenta diventano poi Zattere allo Spirito Santo e ai Saloni fino a terminare sulla Punta della Dogana, una sorta di dito indice che mostra il molo innanzi a piazza San Marco. Senza curarci della cupola di Santa Maria della Salute che incombe con tutta la sua prestanza barocca ci sediamo in terra, sotto due Atlanti scolpiti che reggono un mondo di bronzo.

Conversando, potremmo far notare a Iosif che dalla nostra postazione si vedrebbe benissimo la nave che dall'Istria porta lo scrittore Gustav von Aschenbach, il personaggio di Thomas Mann (Un Incurabile del secondo tipo, questo Aschenbach, immolatosi nella sua Morte a Venezia dopo un'altalena di estasi sublimi e di ridicolaggini).

Brodskij ci descrive invece una pensioncina poco distante, nella quale non sarebbe male trascorrere qualche notte. Il poeta racconta che la mattina quell'alberghetto è svegliato dallo “scrosciare festoso di innumerevoli campane, come se un gigantesco servizio da thé vibrasse su un vassoio d'argento. Spalancando la finestra la camera è inondata da una nebbiolina carica di rintocchi e composta di ossigeno umido, di caffè e di preghiere”.

 

Facciamo adesso un balzo in avanti nel tempo. Un pomeriggio incontriamo Brodskij al termime del suo diciassettesimo soggiorno nella Serenissima. Lui è ingrassato solo nell'addome ed il bottone del cappotto scuro a contatto dell'ombelico è più sporgente degli altri. Il viso è ancora scarno, le occhiaie sono due mezzelune brune, la bocca ha gli angoli in giù. Ci troviamo sull'Isola di Sant'Elena, la porzione più orientale del centro storico.

Saliamo insieme alla nostra vecchia conoscenza sul vaporetto che giunge dal Lido, la linea accelerata numero uno. Andiamo a poppa, all'aria aperta e ce ne stiamo in piedi. Le gambe si irrigidiscono e sono percorse da brevi tremori. Iosif ci fa notare che “sull'acqua si sta sempre più attenti che a terra”. L'equilibrio è precario e l'occhio è concentrato, non si lascia distrarre. Alla fermata San Zaccaria si liberano due posti ed allora ci sediamo, allentando la tensione di cosce e polpacci.

Sulla destra scorre il Ponte dei Sospiri, poi il delicato Palazzo Ducale, poi le cupole mammelliformi di San Marco. La punta della Dogana ci addita. Il sole è basso e Brodskij si ricorda di aver visto una volta le punte delle onde tingersi di oro. Intanto il tramonto dietro la cupola della Salute macchia i vetri di giallo, dando loro l'aspetto degli occhi di un animale........Eccola l'illuminazione! Quella è la testa della piovra, quella cupola che si eleva su un corpo forte e simmetrico è la capoccia della piovra!

 

Comincia il Canal Grande che mischia senza soluzione di continuità Palazzi con la P maiuscola, Ca' apostrofate, case-fondaco con il trait d'union, chiese intitolate. Il vaporetto accosta ora su un lato ora sull'altro, scivolando sotto il ponte dell'Accademia prima e sotto quello di Rialto poi. Iosif ci dice che “Venezia non può essere un museo perché lei stessa è un'opera d'arte, il capolavoro più grande che la nostra specie abbia prodotto”. E mentre l'imbarcazione si stacca dalla Ca' d'Oro, noi possiamo simpaticamente rammentare al nostro amico che il capoluogo veneto è costruito su 118 isole, un numero che ricorda quello del Pronto Soccorso. Il poeta ci assicura che pure in quest'ultima vacanza si è sentito curato da Venezia, anche se il prossimo distacco dalla città risanatrice gli fa già avvertire altro tempo di infermità morale.

Ci separiamo da Brodskij sui gradini della stazione di Santa Lucia. Abdichiamo insieme dal regno dell'occhio per rituffarci nella greve provincia degli altri sensi.

 

(Brodskij morì per crisi cardiaca, il 28 gennaio 1996. Si trovava nel proprio appartamento di Brooklyn ed era appena rientrato dall'Italia. La sua salma fu portata a Venezia e affidata al cimitero dell'Isola di San Michele, quella circondata da mura rosa, davanti a Murano. Ed ora il grande Iosif serenamente riposa, non sotto terra, ma sopra l'acqua).

 

 


AREA

Archivio »

L'ANGOLO DELLA POESIA

Archivio »

RICETTA

Archivio »

ALTRI ARTICOLI

N°7

luglio 2020

EDITORIALE

Emilio Bonavita

Cari Lettori cari amici il nuovo numero di Omnis magazine che proponiamo alla vostra attenzione si apre con un articolo dedicato a quanto di più bello ci può...  continua »

 
 
 
 
 
 
ArchivioCONSULTA TUTTO »

 

OmnisMagazine n°42
» Consulta indice