TESTO E FOTO DI

Tiziana Di Masi

L’Aquila



Lungo le rovine di antichi fasti

Il 6 aprile forse tirava quello stesso vento freddo.

Ora siamo in ottobre, ma ormai autunno e primavera hanno lo stesso clima. Talvolta c’è lo stesso vento freddo che spoglia gli alberi, ti fa volare le sciarpe, scompiglia i capelli.

Il 6 aprile del 2009 volò via, ma sarebbe meglio dire sprofondò, la vita di 72.500 abitanti in una città che ora non esiste più: L’Aquila.

I morti furono 308, ma non è raro trovare nel conteggio delle vittime un numero in più. Quel numero corrisponde a Giorgia.

Giorgia è la creatura che Giovanna Berardini avrebbe dovuto dare alla luce il giorno seguente al terremoto e che invece morì nella sua casa in via Fortebraccio, insieme al marito e al figlio.

Circa 1600 feriti, 65 mila gli sfollati, alloggiati momentaneamente in tendopoli, auto, alberghi lungo la costa adriatica. Funerali di stato il 10 aprile a L’Aquila, proprio alla vigilia della Pasqua, per un paese che invece di aprire uova e sperare di vedervi dischiudere nuove speranzesi contorceva fra macerie e distruzioni.

Nei mesi a venire un dispiegamento enorme di forze di polizia, esercito, protezione civile che vieta il transito pedonale in tutto il centro storico e nei centri limitrofi, etichettandoli come "zona rossa". Per stare in tema di cromatismi, la città diviene un enorme cocomero rosso, ma con troppi buchi neri: inaccessibile, forse per i troppi semi di quel cocomero che ti vanno di traverso e rischi davvero di soffocare. Migliaia di aquilani vengono “deportati” a 70 chilometri dalla loro città sulla costa, a Teramo, Pescara.

Poi, certo, la svolta: il 29 settembre 2009 il presidente del Consiglio Berlusconi consegna i primi appartamenti del progetto C.A.S.E, Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili. Un progetto già pronto nel cassetto: ovunque accada un terremoto, scatta il piano case. “Sai quanti vecchi si sono lasciati morire per la solitudine e il dolore dell’allontanamento da casa loro?”. Mi dice così Sabrina, che oltre ad avere organizzato il nostro spettacolo a L’Aquila è anche aquilana doc, e ci ha raccontato tanti pezzi di storia di questa città che io vedo per la prima volta.

È il 29 ottobre 2012. Io, Sabrina, il mio fonico e Floriana della Cooperativa Pio la Torre di Libera Terra camminiamo nelle vie che un tempo erano “il centro” dell’Aquila. C’è un sole limpido fra le nuvole, attraverso il corso Vittorio Emanuele si vedono le cime del Gran Sasso innevate. Passeggiamo nel cuore della città, ma ci sembra di camminare in un cimitero: tutto morto, chiuso, ormai solo rimembrato e commemorato. Che effetto surreale fa sentire parlare degli antichi fasti di una città proprio mentre cammini fra le sue rovine. Aveva ragione il Sommo Poeta quando, nel canto V° dell'Inferno, per bocca di Francesca, dice: “Nessun dolore è più grande che ricordarsi del tempo felice nella miseria.

Dal 2009 ad ora sono stati riaperti solo tre bar fra corso Vittorio Emanuele e piazza Duomo. Tutte le altre attività sono sparite, o riaperte dentro i centri commerciali, tanto in centro chi ci va più?

Il senso sconvolgente del più, questo avverbio tagliente che separa il prima e il dopo con una barriera che sembra invalicabile.

“Prima, se passeggiavi per il corso a quest’ora – sono le 13 – non riuscivi a passare, dovevi sgomitare. La sera invece diventava il luogo dello struscio, della passeggiata”. Prima. Ora è come calpestare ricordi di un paese in guerra, con l’amaro in bocca di una bilancio fallimentare. Tre bar, un negozietto di souvenir, una coraggiosa catena di biancheria intima. Questi sono gli unici negozi che vediamo aperti fra il corso e la piazza.

Non va meglio in piazza Duomo, dove ogni mattina, prima, c’era il mercato; ora è un deserto senza fine, tutto è silenzio, le vie intorno tutte chiuse, molte sono ulteriormente deturpate dall’odore di piscio: “Tanto oramai è andato tutto perso”.

Colpisce, ferisce al cuore questa città morta, senza più anima né cuore, con la speranza che resta appiccicata solo alle centinaia di post it attaccati alla parete di un muro alla fine del corso Vittorio Emanuele e che fa angolo con piazza Duomo.

Qui c’è un blocchetto di post it e una biro a disposizione dei passanti. Chiunque voglia può lasciare scritto il suo messaggio per l’Aquila, fra i tanti campeggiano le scritte: “Remember “ “Amarcord” “L’Aquila risorgerà”, “L’Aquila nel cuore”, “All’irreale silenzio de L’Aquila”.

Parole, pensieri, speranze, auguri. Più che appesi, sono schiacciati dal muro dell’immobilità.

Sono passati tre anni e mezzo dal terremoto, ma sembra che sia successo ieri. La città non è risorta, dorme di un sonno forzato. Fermato il suo battito cardiaco, sembra interpretare la parte della bella addormentata e nulla e nessuno pare disporre della forza di rianimarla, certamente non l’assenza che regna in città, dove non ci sono più attività commerciali né alcun luogo di aggregazione.

E come, dove aggregarsi in una città in cui la ricostruzione è diventata solo occasione ghiotta di arricchimento per pochi? Come potersi riappropriare della propria vita, se non c’è stata alcuna priorità nel restituire una vita ai suoi cittadini? Quei cittadini che non sono mai rimasti a guardare, hanno cercato di reagire, come quando armati di carriole hanno sfondato le transenne che impedivano il passaggio alla zona rossa, ostaggio dell’esercito, con la determinazione, dopo 10 mesi di immobilità, di ricostruire la loro città. Non gli è stato concesso. E per protesta, per realizzare il sogno di “L’Aquila agli aquilani” hanno appeso le chiavi di casa a un transenna nel corso Vittorio Emanuele. Un giorno, mi dicono, in cui gli aquilani hanno recuperato il loro orgoglio. Perché sono fatti così, forse un po’ chiusi, ma seri, caparbi, attaccati alla loro città.

Passano mesi, tutto rimane fermo. E mentre proseguiamo la nostra passeggiata aquilana, il discorso cade inevitabilmente sulla sentenza con la quale il Tribunale di L’Aquila il 24 ottobre scorso ha condannato a sei anni di reclusione i membri della Commissione Grandi Rischi.

“Noi aquilani siamo stati soddisfatti della sentenza”, dice Sabrina. “La commissione grandi rischi ci ha raccontato un sacco di bugie, dicendoci di restare a casa invece che metterci in allerta”. Caso spinoso, senz’altro. Molti obiettano che la sentenza è ingiusta, che i terremoti non sono prevedibili.

Ci è venuta fame, ma non possiamo certo mangiare in centro: non c’è nulla di aperto. Ripieghiamo su un pranzo veloce in un bar-ristorante appena fuori dal centro, lo spettacolo andrà in scena nel tardo pomeriggio, non c’è poi tanto tempo. Il tempo... Qui sembra che non ce ne sia davvero più, non c’è più quel tempo che ci si da per cambiare, è finito o rimandato a chissà quando. Ho visto tante “comparse” in giro, sguardi sfuggenti, dolore da isolamento e vuoto. Mi resta però il teatro, per esprimere la mia necessità di dare voce a quello che sento, a quello che vorrei vedere.

 

 


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