TESTO E FOTO DI

Carlo Maria Milazzo

Notte a Las Vegas



Tutto quello che c'è di divertente nella vita è immorale o illegale o fa ingrassare. Da questa opinione di Pelham G. Wodehouse consegue che per divertirsi occorre un luogo dove la scostumatezza sia legale, dove l'infrazione sia lecita, dove l'alcol e il cibo si beffino di esami del sangue e di degrado fisico.

Il luogo esiste: Las Vegas, Nevada, iuesseei.

 

Benedetto, trent'anni, è di Treviso. Alto, magro, occhi blu, capelli ondosi color miele. Impiegato TIM (che non è l'acronimo di Timbrare In Mutande). Dopo 300 giorni di pulizia dell'ufficio, vendita di prodotti di telefonia, assistenza ai problemucoli dei clienti Ben è sull'orlo di una crisi di nervi. Ha bisogno di divertirsi (etimologicamente dal latino devèrtere, cioé deviare/volgere altrove/andare in direzione opposta).

Ben saccheggia il conto corrente e se ne va a Las Vegas. La raggiunge con una Chevrolet Impala alla Jason Bourne, presa a nolo. La raggiunge dopo aver attraversato la farina d'oro del deserto, punteggiata di cactus solipsisti. La raggiunge dopo essere uscito miracolosamente da anelli autostradali a forma di quadrifoglio. E' maggio, caldo come il respiro di un grosso cane.

Ben si installa al Golden Nugget Hotel, a Downtown, la città vecchia. La reception è accanto ad una pepita d'oro da 27 Kg. Il pomeriggio Ben si tuffa nella grande piscina, vasca di acqua marina confinante con un gigantesco acquario che ospita pescecani. Una nuotata spalla a spalla con uno squalo tigre o con uno squalo zebra necessita di benzodiazepine preventive.

Sul far della sera Ben esce con un look consono: pantaloni causal neri e leggeri, converse grigie al malleolo, camicia hawaiana con molto giallo e molto arancio, rolex-patacca-ma imitato bene. Ben passeggia nel corridoio pedonale di Fremont Street, sotto una volta a botte alta 27 metri e lunga 460. Sul soffitto concavo, grazie a un display a LED, vengono proiettate immagini dei Green Day che pistonano da un potentissimo impianto audio Welcome To Paradise. Per cominciare a caricarsi non è male.

La galleria può essere sorvolata agganciandosi a funi d'acciaio tirate a mezz'aria. Il percorso a terra è costellato di pessimi sosia di Elvis o di Marylin e infestato dalla riproduzione seriale dell'uomo-ragno.

 

Una delle trasgressioni chiave, come detto, è l'esagerazione alimentare. Ben si ferma all'incrocio tra la Fremont e Las Vegas boulevard. Di fronte ha la vetrina dell'Heart Attack Grill, il ristorante dal gusto americano più verace ma anche il più dannoso al mondo. Basti dire che l'insegna recita: “Sapore per cui vale la pena morire”. Ben sale su una bilancia che gli attribuisce un peso di 170 libbre (77 Kg). Se fosse un obeso di 360 libbre (163 Kg) potrebbe mangiare gratis.

Appena entrato, una sexy infermiera/cameriera gli infila un camicione da ospedale. -Sono Jenny- gli sussurra e gli attacca un cartellino al polso. Jenny ha un cappellino bianco sui capelli corallo, rossetto in tinta, guance morbide e piene, seno esplosivo dalla scollatura del gilet corto e bianco. L'abbigliamento si completa con hot pants sempre bianchi e con scarpe rosse a tacco 7.

Il menu non è vario: si può ordinare un By pass, singolo/doppio/quadruplo. Il quadruplo consta di 4 hamburger, 20 fette di pancetta, 20 fette di cipolla caramellata, 8 fette di formaggio Cheddar, 8 fette di pomodoro, maionese, ketchup e senape. Il piatto raggiunge un totale di 9982 calorie, cui vanno aggiunte quelle delle patatine e della coca cola.

Mentre attende un By pass singolo, Ben viene auscultato sotto la camicia dal fonendo di un finto medico in camice verde. E sempre durante l'attesa Jenny, munitasi di un battipanni, sculaccia energicamente un avventore cinese reo di non aver mangiato tutto il suo By pass.

 

Ampiamente rifocillato Ben si ferma a contemplare un'Harley-Davidson ferma a bordo strada. E' il clone del chopper di Easy Rider: telaio cromato, serbatoio a lacrima decorato con la bandiera americana, assenza di sospensione sulla ruota posteriore, due tubi di scarico a spina di pesce, lunghissima forcella anteriore su cui poggia un manubrio rettangolare. In sella il sosia di Peter Fonda: ciuffo nero e capelli a pagnottella sulle orecchie, basette fino a metà guancia, occhiali fumé, giubbotto di pelle su petto nudo. Peter fa un cenno con la testa e Ben sale sulla Harley. Borbottio del motore, partenza lenta, accelerazione progressiva, zig zag tra cadillac/taxi/bus turistici. Niente casco e aria in faccia farcita di gasoli.

 

In Viva Las Vegas Elvis canta: la città sfolgorante accenderà la mia anima. Dopo 4 miglia la moto è sulla Strip, sequenza luminosissima di hotel-casinò. Ben viene scaricato davanti al Mirage, due wafer di 102 metri disposti ad angolo retto. Il parco adiacente, a tema polinesiano, conta 1200 palme. Nel largo specchio d'acqua si riversano a cascata 119.000 galloni d'acqua al minuto, provenienti dalle pendici di un vulcano. E' il crepuscolo, bluette, e, da copione, il vulcano simula un'eruzione. Fiamme ondeggiano pericolosamente verso gli spettatori, la lava cola, bagliori aranciati sprizzano tutt'intorno.

Ben vagabonda sulla Strip. Sulla destra il Caesars Palace, con riproduzione esterna della Fontana di Trevi e statua di Giulio Cesare alta 20 metri sul vialetto d'ingresso. (Ben probabilmente non coglie la sottigliezza del nome dell'edificio. Grazie alla minuziosa ambientazione nella Roma antica, l'architetto dell'hotel voleva che tutti quelli che vi avessero soggiornato si fossero sentiti ognuno come un Cesare. Per questo motivo Caesars Palace manca di un apostrofo, facendo di Caesars un plurale invece di un sostantivo possessivo). Su un fianco di una torre del casinò campeggia la gigantografia di Céline Dion, viso lungo come se fosse rimasto schiacciato tra le porte di un ascensore.

Sulla sinistra il Flamingo, fondato nel secondo dopoguerra dal gangster Bugsy, protagonista dell'omonimo film di Barry Levinson.

Ancora a sinistra il Paris con la torre Eiffel alta la metà della originale.

Di fronte il Bellagio, modellato sullo stile delle case del lago di Como. Sul bacino artificiale antistante Ben assiste allo spettacolo delle fontane danzanti: getti d'acqua mista ad aria compressa s'innalzano fino a 100 metri. Poi, illuminati da 4500 fonti di luce, si muovono a ritmo di musica. Questa sera il pezzo musicale è Lucy in the Sky with Diamonds (quando a Lennon fecero notare che le iniziali del titolo facevano proprio LSD, lui disse che era un caso. Nel testo, giudicate voi, ci sono cieli di marmellata, una ragazza dagli occhi caleidoscopici, una fontana dove il popolo dei cavalli a dondolo mangia Marshmallows, taxi di carta di giornale sulla spiaggia, una stazione ferroviaria con facchini di plastilina che portano cravatte di vetro).

 

Come i quattro protagonisti di Una notte da leoni Ben entra al Bellagio. Si sofferma col naso all'insù a contemplare il soffitto dell'ingresso, 2000 fiori di cristallo italiano ipercolorati a mano. Quindi s'infila nell'immensa sala delle slot-machine, laddove, come dice De Niro in Casinò, mamma e papà lasciano le rate della casa e i soldi per l'università del piccolo. Le apparecchiature mangiasoldi sono immerse in una penombra screziata di riflessi fuxia/verdini/azzurrini. Giocatori ipnotizzati intergiscono con pulsanti che possono decretare tris di ciliegie, di numeri 7, di scritte BAR.

Ben passa alla sala più luminosa dei tavoli da poker, poi a quella del black jack. Cambia dollari in fiches e si siede a una roulette. Ci sono già due giocatori, sovraccarichi di grasso, probabilmente marito e moglie. Il croupier è un biondone pallido come la sua camicia immacolata. Ben depone una fiche viola sull'11. (Qui ci sta una citazione da Via da Las Vegas, libro di John O'Brien e film di Mike Figgis: “Le fiches sono diverse dai comuni soldi. I casinò sanno che le fiches sono uno strumento meraviglioso, amabile e non portano su di sé nessuno degli stigmi dei dollari. I dollari si trasformano troppo facilmente in ore o case o automobili o sesso o cibo o qualsiasi altra cosa, perciò perdere un dollaro è un'esperienza molto più tangibile che doversi separare da una fiche, un oggetto che somiglia più a un gettone di consolazione che a un mezzo di scambio”).

La musica d'accompagnamento è September Song, versione rock di Lou Reed per fattoni sessantenni. Ben ripunta l'11 altre quattro volte, inutilmente.

 

Poi Ben la vede, poco dietro al croupier.

Chioma nera, come notte da lupa mannara, allargata a ventaglio intorno alle scapole. Occhi scuri, sopracciglia ad ali di gabbiano, mascara a gogò. Zigomi alti. Sorriso impostato ma smagliante. Orecchini pendenti e brillanti. Pelle nocciola. Gambe lunghe che distese potrebbero occupare tre sedute di un divano. Fascino latino. Poco più di vent'anni.

E' coperta solo da due strisce rosa che dalle spalle vengono giù oblique a occultare i seni e confluiscono sull'ombelico; da qui formano una freccia che termina sul pube, quasi a indicare VOI SIETE QUI. Dietro, le strisce si comportano alla stessa maniera lasciando scoperto un ampio triangolo di schiena a vertice in basso.

Ben fa segno alla ragazza di avvicinarsi. Le mette in mano tre fiches e la invita: -Fai una giocata per me?-

-Va bene. Mi chiamo Stephanie-

E Stephanie sceglie il 18.

Il clicchettio della ruota della fortuna parte spedito, poi rimane invariato per 40 secondi, poi rallenta e ogni clic rimane sospeso nell'orecchio più a lungo del precedente, fino all'ic! conclusivo. La pallina d'argento s'incava nella fessura del 18.

-Uauauauaaaaaaau- si sorprende Ben e decide: -Vado a ricambiare le fiches-

Dopo l'incasso Ben chiede: -Stephanie, vorrei restare un intero giorno con te-

-Va bene-

Ben fa per estrarre il portafoglio ma Stephanie gli blocca il braccio. -Ho detto che va bene- ribadisce la ragazza,

 

-Andiamo a ballare- spinge Stephanie. La coppia si addentra nell'Hyde bar. Buio sciabolato da raggi laser. Musica anni 90: Prodigy, Aqua, Twenty 4 Seven, Ice MC. Ben balla a metà tra un cavallo imbizzarrito e una scimmia anchilosata. Stephanie balla come un'odalisca accelerata.

Poi Stephanie prende per mano Ben e lo porta al Lily bar. Poltrone rosa antico, arredi di mogano, vasellame dorato. Vista panoramica sulla Strip. Jazz innocuo di sottofondo. -Qualcosa da bere?- suggerisce Ben.

-Tequila extra anejo- sceglie Stephanie.

-Un Bloody Mary- opta Ben.

Tra Ben e Stephanie si crea una familiarità instantanea che conduce il rapporto a un livello più profondo rispetto alla superficialità di una semplice presentazione. In venti minuti la ragazza racconta d'essere portoricana, segno capricorno, sorella di una cantante a San Diego, mangiatrice di spaghetti all'amatriciana e di serpente a sonagli, tamburino dell'esercito sudista nella vita precedente, lettrice della connazionale Rosario Ferré, conoscitrice di francese e ovviamente spagnolo, al momento non innamorata. Argomenti tabù il lavoro e il domani.

Da ambo le parti sorrisi come ritagli di Paradiso. Al termine del secondo drink Stephanie propone: -Perché non ci sposiamo?-

-Per davvero?- si preoccupa Ben.

-Solo per una notte- tranquillizza Stephanie.

 

In ascensore i ragazzi raggiungono l'ottantesimo piano. Un breve corridoio si dilata nell'ampolla di un salone. Divani crema, specchi etnici, tappeti country a rosellone. Due lunghi appendiabiti da terra, con vestiti eleganti.

Stephanie fa qualche telefonata da un cordless. Poi apre un cofanetto beige e ne estrae un sacchetto. Versa tre pillole sul palmo della mano di Ben e didascalizza: -Speed. Manda giù- (Chiamasi speed la sostanza psicoattiva anfetamina, eccitante di folgorante brutalità).

Sopraggiunge una donna, faccia da Aretha Franklin trentenne, tubino verde da hostess, foulard giallo. Sgancia una gruccia dall'appendiabito e porge un vestito a Ben. Il ragazzo si spoglia fino a rimanere coi soli boxer davanti alle due spettatrici. Ben infila una camicia nera con collo alla coreana, pantaloni neri col fondogamba stretto, giacca nera morbida con revers blu elettrico.

-OK- approva Stephanie.

-Tengo le converse- s'impunta Ben.

-OK- concede Aretha.

Stephanie indossa un abito pesca sbracciato, accollato, poco sopra al ginocchio.

 

Stephanie e Ben scendono a piano terra. Cercano la Wedding Chapel e ne varcano la soglia. La Cappella è uno stanzone oblungo con banchi avorio e un piedistallo di tre gradini che regge una cattedra e un arco sovrastante decorato da fiori finti. Entrano le testimoni, due colleghe di Stephanie. Una, nude look cipria smutandato, capelli biondo caramello alla Michelle Pfeiffer. L'altra, kimono rosso, pare l'attrice Gong Li. Quest'ultima porge a Stephanie un mazzo di rose bianche.

-Ho scelto io la musica- confessa Gong Li.

Parte White Rabbit, Jefferson Airplane. La voce di Grace Slick allunga le vocali e raggiunge effetti selvaggi con le risorse di un soprano (per il testo, ancora una volta, giudicate voi. Una pillola ti fa più largo e una ti rende piccolo/Va' a domandarlo ad Alice, quando è alta tre metri/dille che un bruco che fumava il narghilé ti ha chiamato/E il Bianco Cavaliere parla alla rovescia/E la Regina Rossa è lontana con la sua testa/Ricorda cosa disse il ghiro: “Nutri la tua testa! Nutri la tua testa!”).

Arriva il celebrante, carnagione fenicottero, mandibolone, occhiali quadrati da studente Berkeley, cravatta a fondo giallo con api. Dietro la cattedra questo very American minister legge articoli di un codice. Poi domanda:

-Stephanie e Ben, volete sposarvi?-

Stephanie lancia lontano il bouquet e urla:

-Non ci penso nemmeno!-

Ben si adegua:

-Non sono convinto-

Stephanie stampa un bacio sulla bocca di Ben.

 

I ragazzi cominciano a correre, mano nella mano. Fuori dal Bellagio. Giù per la Strip. Bombardati da luci multicolori. Ridendo come matti. Attraversano la strada in diagonale, con una limousine che strombazza alla loro indisciplina. Passano tra il Campanile di San Marco e il Ponte di Rialto. Si fiondano nel Venetian e corrono sul Grand Canal Shoppes. Vetrine abbacinanti di Fendi/Ferragamo/Burberry/Guerlain/Vuitton/Michael Kors. Scompigliano le sedie ai tavolini della Pizzeria da Enzo. Indicano il cielo finto che fa da soffitto. Si rincorrono intorno a una panchina di marmo.

Trafelati, Ben e Stephanie, salgono su una gondola. Si siedono sul divanetto a due posti, davanti al posto di voga. Il gondoliere inizia a remare e la barca solca un corso d'acqua verdazzurro.

Mettendo una mano in tasca Ben trova una scatolina. Dentro ci sono due anelli, due fedi sottili. Sotto il Ponte dei Sospiri Stephanie ne infila uno a Ben. -Tienilo per ricordo- gli dice.

Il gondoliere canta I'm not over, dei Carolina Liar: -Non sei così facile da dimenticare-

 

 


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