TESTO DI

Mirella Golinelli

La saga di PARTENOPE: dal poema epico alla musica



Quello di Partenope, figlia di Eumelio re di Fera, in Tessaglia, è un grande mito. Ella partì da Calcide nell'isola di Euboa (oggi Negroponte) seguendo l'auspicio d'una colomba, che le predisse per sua mano l'edificazione d’una città sul versante del Mar Tirreno, la quale, avrebbe portato il suo nome: in seguito Napoli, come trovasi scritto da Gio. Antonio Summonte, al capitolo XII della “Istoria della città e Regno di Napoli”. L'antica Falero invece, citata da Licofrone, e della quale parla nel secondo volume, dal titolo: “Euboici, secondi abitatori della città di Napoli” nel 1773, il duca Michele Vargas Macciucca (il quale tesse le lodi alle colombe ed ai pregi di “quefti amati volatili” n° 28, 56) ha origini fenicie. Secondo il “Dizionario universale delle arti e delle scienze” di Efraimo Chambers, del 1775 (vol.18 pag. 133), Omero, al canto XII dell'Odissea, menziona solo due sirene, mentre Virgilio, le colloca “fopra gli fcoglj, in cui i vafcelli, corron rifchio di romperfi “.

Comunque alla figura della sirena Partenope, altre fonti avvicinano anche due sorelle: Ligeia e Leucosia, tutte figlie del fiume Acheloo e della musa Calliope. Esse si suicidarono, poiché Ulisse, di ritorno da Troia, avendo messo i tappi di cera nelle orecchie, non rimase ammaliato dal loro canto. L'avventura di Odisseo significherebbe quindi che volontà e ragione rendono l'uomo saggio ed in grado di evitare i pericoli del “vizio”. Il sacrificio di Partenope (dal greco=vergine), non fu vano poiché, il suo corpo, spiaggiato sull'isola greca di Megaride, diede origine al primo insediamento detto appunto “partenopeo”, dal nome Palepoli.

A vario titolo numerosi scrittori testimoniano l'esistenza delle sirene: Aristotele: Ovidio dopo il ratto di Proserpina; Plinio che le collocava in India (mentre Boccaccio le porrà in Tracia e nel delta del Nilo); Servio, Suida, Virgilio, Xenofonte.  Lo stesso Platone, affermava che ne esistevano due tipi: il primo aveva finalità cosmologiche mentre il secondo - lo confermava anche Eraclito - portava disgrazie. Pure Dante nel Purgatorio (1-24) le incontra.
Nel mito, nella leggenda musicale e nella storia, è rimasta forte l'immagine della sirena ammaliatrice ed è in Etruria, nel periodo tra il 475 ed il 460 a. C., che si attestano le prime rappresentazioni.  Presso il Museo Archeologico di Firenze è conservata un’urna in alabastro di Volterra che raffigura “Ulisse e le sirene”.  Anche nei successivi “Bestiari” francesi e toscani v'è testimonianza della loro arte e dell'uso sapiente d'uno strumento musicale. L'aria tratta dalla Partenope di G.F.Haendel (1685 - 1759), dal titolo: “Qual farfalletta” ha destato il desiderio d'approfondire, attraverso un linguaggio diverso, questa figura, della quale ci sono arrivate molte versioni, ma tre di queste persistono attualmente nella credenza popolare. L'opera barocca   di Haendel (HWV 27) narra appunto questo argomento, con Partenope – Soprano che riveste il triplice ruolo di: Sovrana, Comandante ed Amante. Silvio Stampiglia il librettista che vide i suoi versi (prodotti secondo alcune fonti nel 1699 mentre per altre nel 1709) musicati dal compositore tedesco, fa recitare a Partenope subito dopo l'Ouverture: “Tu dell' eccelse mura, di questa che innalzai, cittade altera, o luminoso Dio prendi la cura, spargi dalla tua sfera nel suo fertile sen, raggi benigni, abbian nido glorioso aquile e cigni, sotto gli auspici tuoi, preso il mio nome veda al suo imper genti e province dome”.

Stampiglia nacque il 14 marzo 1664 a Civita Lavinia e prese il cognome dalla via nella quale nacque. Egli fu molto famoso anche come poeta, poiché fu al servizio dei Colonna e “poeta cesareo” presso la Corte viennese dell'Imperatore Giuseppe. Il 26 gennaio 1725 morì per complicazioni polmonari.
Nel corso dei secoli, Luigi Mancia, Manuel de Zumaya, Leonardo Vinci, Giuseppe Scarlatti, Adolf Hasse e Vincent Martin y Soler, produssero opere liriche, molto apprezzate, con il titolo “Partenope”. L'Ottocento romantico ci ha tramandato la terza e più passionale storia, dell'amore tra la sirena Partenope ed il centauro Vesuvio. Anche all'epoca degli Dei dell'Olimpo, i sentimenti d'affetto, erano sempre osteggiati. Zeus geloso, in questa versione che, appare la più reale, costringe il centauro a bruciare d'amore eternamente standole vicino, ma non possedendola. La stessa gelosia di Giove, secondo alcuni storici, si scatena anche sul più famoso castrato - sopranista del Seicento: Giovanni Francesco Grossi detto Siface, ucciso in un agguato a Ferrara nel 1697. Una trama simile a questa si trova nell'opera lirica di Pietro Mascagni “Isabeau”, dalla quale, hanno ricavato il film con Michelle Pfeiffer “Ladyhawke”. Qui, la protagonista “Isabeau”, vedrà maledetta la sua unione con Navarre, da un alto prelato innamorato anch'egli della sua bellezza; per altro questo meraviglioso film è stato girato interamente in Italia. Un'altra versione narra che Partenope, la quale viveva in Grecia, innamoratasi di Cimone, ma contrastata dal padre che la voleva in sposa ad Eumeo, fuggì con l'amato ed arrivò in un luogo lungo le coste italiane. Dalla loro unione nacquero 12 figli e la terra che li aveva ospitati divenne ricca di frutti e vegetazione. Partenope fu molto benvoluta anche da chi, straniero, poneva la sua dimora, nella terra da lei governata, perchè aveva raggiunto un alto grado di civiltà. Le tre sirene, suonatrici di lira-Ligeia, flauto-Leucosia e fornita di voce straordinaria-Partenope, si racconta fossero dotate di facoltà maligne, le quali potevano essere contrastate solo da quell'uomo che fosse stato in grado di respingerle; torto che le conduceva al suicidio. Leucosia morì a Capolicosa-Paestum, Ligeia a Bruzio in terra calabrese e Partenope arrivò al Golfo di Napoli a Megaride; questo perchè Ulisse rimase impassibile al loro richiamo. Si descrivono due finali a questa esposizione: il primo che, arrivato sull'isola di Megaride, il corpo di Partenope si tramutò nel paesaggio che ancora oggi vediamo tra Capodimonte e Posillipo, nell'altro invece, il suo corpo fu ritrovato vicino al fiume Sebeto, tra Pizzofalcone e Megaride.

Le creature incantatrici, descritte nella storia degli Argonauti, aventi testa di donna e corpo d'uccello, abitavano quindi le coste della Magna Grecia. La fantasia da allora ad oggi le ha descritte attribuendolo loro doti fisiche come l'apparato respiratorio quasi umano ed il mutare della pinna o della doppia coda in arti, al contatto con la terra ferma.  I marinai attribuivano alla loro vista un potere malvagio: predire il futuro, muovere tempeste e tramutare gli uomini in pesci. Per scongiurare tali eventi, i marinai, il primo d'aprile, giorno nel quale per tradizione si fanno “scherzi” anche di cattivo gusto, non uscivano in mare. Sarà vero o un “pesce d'aprile”? Comunque l'usanza vuole che ancora oggi, con cioccolato caldo versato negli stampi, lasciato raffreddare e racchiuso in carta stagnola colorata, si facciano “pesci”, per risarcire dal mancato guadagno ittico i pescatori, che il 1° aprile non gettano le reti.

Molto interessante è analizzare anche attraverso le marche tipografiche, il personaggio “Partenope”. A Napoli dal 1670 in avanti, con il motto”non sempre nuoce”, Antonio Bulifon, Camillo Cavallo, Domenico Parrino, Raillard Giacomo, Lazzaro Scoriggio rappresentano una sirena con corona, dalla coda bicaudale. Troviamo però un riproduzione del 1601 - quindi di molto antecedente la data napoletana -  nella città di Venezia, per i tipi di Giorgio Varisco e Varisco Varisco. Questo pone un enigma. Partenope fondò Venezia o Napoli?

 

 


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