2026, Anno della donna agricoltrice
Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2026 “Anno internazionale della Donna agricoltrice”. Un riconoscimento di cui si è saputo poco o niente fino al 5 marzo scorso, quando alla vigilia della giornata della donna la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, con sede a Roma) ha organizzato una manifestazione per celebrare questo riconoscimento in collaborazione con International Fund for Agricultural Development, Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, e il World Food Programme, Programma Alimentare Mondiale.
L’iniziativa ha riunito istituzioni, organizzazioni internazionali e leader del mondo rurale per valorizzare il ruolo delle donne nei sistemi agroalimentari e rafforzarne l’accesso a diritti, risorse e opportunità. Il momento centrale è stato un convegno dedicato al ruolo strategico delle donne nei sistemi agroalimentari, con un confronto sul futuro dell’agricoltura al femminile, tra leadership, innovazione e sicurezza alimentare.
In Italia il ruolo delle donne in agricoltura è in costante crescita ed è sempre più fondamentale perché sono sempre più donne ad assumere la guida delle aziende. Secondo i dati di Coldiretti sono quasi 200 mila le imprese agricole con imprenditrici sulla plancia di comando, pari a circa il 28% delle aziende del settore, un dato che rende l’agricoltura uno dei comparti con la più alta presenza femminile.

Le imprese guidate da donne, sempre secondo Coldiretti, sono spesso protagoniste di percorsi innovativi e multifunzionali, dalla vendita diretta all’agriturismo, dall’agricoltura sociale alla trasformazione dei prodotti. Non a caso il 60% delle aziende agricole femminili è impegnato in attività sostenibili e green, mentre cresce anche il livello di istruzione, con una imprenditrice su quattro laureata.
Le donne sono sempre state una presenza importante in agricoltura a fianco di mariti, padri, fratelli. Le cose sono cominciate a cambiare verso la metà del secolo scorso. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia era ancora un Paese a prevalenza agricola con il 60 per cento della popolazione impiegata in agricoltura. A cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, l’economia italiana comincia a cambiare e, con quello che verrà poi definito il boom economico, l’industria manifatturiera in primis e poi anche il terziario cominciano ad assorbire grandi masse di manodopera. Maschile soprattutto.
Molte aziende agricole chiudono, altre si accorpano in aziende più grandi, ma molti nuclei familiari che hanno le loro solide radici e la loro storia in agricoltura decidono di non mollare. Mentre padri, mariti, fratelli vanno a lavorare nell’industria o negli altri settori che sembrano dare un reddito più immediato (ogni mese c’è il giorno di paga) e più sicuro, alcune donne decidono di intestarsi l’azienda agricola. In parte all’inizio è una scelta opportunistica: l’azienda intestata alla donna consente di attingere alle risorse pubbliche, che in quegli anni cominciano ad arrivare copiose anche dalla Comunità europea, anche se poi a lavorare e a prendere le decisioni nei campi è spesso ancora l’uomo.
Negli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso, quando l’agricoltura sembra essere diventata residuale nell’economia italiana, sempre più aziende chiudono. Di quelle che decidono di strutturarsi in maniera economicamente più sostenibile e produttiva, molte sono proprio quelle guidate da donne, che danno così un solido contributo al rilancio dell’agricoltura e alla riscoperta dei valori dell’alimentazione e della tutela del territorio e dell’ambiente. È questo che le Nazioni Unite e la Fao hanno voluto celebrare proclamando il 2026 Anno internazionale della Donna agricoltrice.
Giuseppe Di Paolo
