TESTO DI

Paolo Del Mela

FOTO DI

Emilio Bonavita

“Ad Auschwitz c’era la neve”



...nelle coscienze

Il 27 gennaio scorso si è celebrato in tutto il mondo “ il giorno della memoria”. Non ci si aspetterebbe di dover sollecitare il ricordo di un evento di tale portata, dovrebbero tutti averlo ben scolpito in testa. Eppure, dobbiamo farlo perché il riaffiorare delle ideologie che furono causa di quella tragedia sono un monito a vigilare e, di fronte ai più sfacciati tentativi di negazionismo, dobbiamo opporre i ricordi e le testimonianze di una barbarie che lascia ancora attoniti, atterriti, disgustati … e non si trovano le parole per descrivere questo abominio.

 

In pieno ventesimo secolo un intero popolo, salvo rari dissidenti, assistette abulico, quando non fu parte attiva, allo sterminio, in modo atroce, di milioni di esseri umani la cui sola colpa era quella di appartenere a un’altra razza. Una macchina di morte posta in atto da automi dal cuore di pietra, appositamente allevati e selezionati con teutonica efficienza da una congrega di malvagi pervasi da una ideologia allucinante inneggiante al mito del superuomo e della super razza.

 

Un veleno che ha origini lontane che, dall’Ottocento in poi, ha contagiato lentamente le coscienze fino a divenire un fenomeno di massa largamente diffuso in tutti gli stati del mondo, e dove ambigui personaggi ne hanno utilizzato il pensiero, amplificandolo, per poi costruirci sopra la loro personale smisurata ambizione: il nazionalismo.

Una sirena che, a differenza dei vecchi regimi monarchici, offriva ad ogni membro della società la certezza di far parte di una moltitudine solidale, accompagnata da una forte carica emotiva. Il fulcro dell’entità politica non era più il re ma il popolo. Questa  ideologia, oltre a produrre un certo grado di libertà politica, produsse anche un altro fenomeno, quello di un forte senso di appartenenza alla nazione e conseguentemente la volontà di lasciar fuori gli altri.

 

Il potere statale, quando il nazionalismo riuscì a conquistarlo, e conquistandolo lo accrebbe, acuì questa tensione. Intere popolazioni divennero consce del valore politico e della causa nazionale, ed eccitate da questi valori, propagandati all’eccesso da dittatori senza scrupoli, con una iconografia e celebrazioni ad effetto, furono preda di un delirio di onnipotenza  i cui effetti non potevano che tradursi in guerre, sopraffazioni e nello  spalancarsi di minacciosi abissi di perdita di coscienza dove non ci furono limiti all’odio e all’efferatezza. Fantasmi che, riemersi dalle più recondite profondità psicologiche, presero corpo essendo venuti meno i freni inibitori che normalmente esercitano le democratiche istituzioni sociali ed il comune senso del vivere civile . 

E così quelli che Hanna Arendt chiama “gli impiegati dello sterminio” tradussero in pratica quello che avevano appreso dalla propaganda del partito senza, almeno pare, subire alcun contraccolpo psicologico: “avevamo semplicemente obbedito agli ordini”, così si giustificarono a Norimberga.

Da quella tragedia una parte dell’umanità sembra aver imparato poco o niente. Altre tragedie, solo numericamente inferiori come quantità di persone interessate al fenomeno, seguiranno le foibe, il Biafra, Srebrenica, il Darfur, il Ruanda e i recenti conflitti interreligiosi in Nigeria, nè il futuro si prospetta sotto l’aura dell’ottimismo viste certe ricorrenti insidiose dichiarazioni di leaders di diversi stati del mondo. Possiamo solo confidare che le democrazie evolute restino stabili e continuino a produrre valori e vigilanza affinché nuove tragedie non abbiano a ripetersi o perlomeno siano spente sul nascere.

 

Per chi, come me, resta sensibile al problema, c’è solo l’incancellabile immagine di grandi occhi infossati, di gente magrissima e priva di espressione che, dietro un reticolato e in una lurida divisa a righe,  osserva l’obiettivo del corrispondente di guerra. In quelle immagini non ci sono bambini, il futuro era stato eliminato da tempo.

 

“E voi imparate che occorre vedere
e non guardare in aria; occorre agire e non parlare,
questo mostro stava una volta per governare il mondo!
I popoli lo spensero ma, ora non cantiam vittoria troppo presto;
il grembo da cui nacque è ancor fecondo.”
(B. Brecht)

 

 

 


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