TESTO E FOTO DI

Tiziana Di Masi

Mirandola



Terra di mezzo

 

Mirandola, 19 maggio 2012


“Si vive bene in un paese come il nostro. Qui la gente si dà da fare, c’è il lavoro, i soldi non mancano. Se abbiamo una certezza qui è la tranquillità”.

Franca, 68 anni, abita nel suo appartamento del centro storico, in via Roma. Figlia di commercianti, proprietaria di molti altri appartamenti in città, ha vissuto sempre nell’agiatezza e oggi, donna forte e fortunata, è circondata da figli e tanti nipotini che la adorano.

Laura, 27 anni, è psicomotricista. Ragazza determinata, autenticamente dolce, impegnata a tempo pieno nel sociale, anche lei passa la maggior parte della giornata nel centro storico, dove lavora in uno studio medico.

Riccardo, 7 anni, è biondo, vivace, frequenta la seconda elementare alla scuola Dante Alighieri. Sorridente e spensierato, come solo un bambino della sua età può apparire, ti guarda e sorride come se ti conoscesse da sempre.

 

Mirandola, 20 maggio 2012


Sono le 4.04 del mattino. Franca si sveglia di soprassalto e vede il suo mondo crollarle addosso. Esce di casa, vuole correre in strada e mentre lo fa assiste alla distruzione delle scale del condominio. Laura, che era andata a dormire da un’ora dopo un bel sabato sera, avverte la scossa e fugge anche lei in strada, proteggendosi dai libri che precipitano dalla libreria della sua stanza. Riccardo, nel cuore della notte, avverte qualcosa di strano e corre nella stanza dei genitori, chiedendo loro cosa succede.

“È il terremoto Riccardo!”

“Il terremoto? E che cos’è?”

Non poteva saperlo, e non soltanto per i suoi sette anni di età. Riccardo, Franca, Laura, tutti gli abitanti di Mirandola non avevano mai minimamente pensato che un giorno sarebbe potuto succedere proprio a loro. Quel giorno invece era arrivato. E peggio ancora sarebbe andata nove giorni dopo, con la seconda grande scossa, poco dopo le nove del mattino. Quella che avrebbe completato l’opera. E che ha cambiato tutto e tutti: la conformazione della città, il modo di pensare dei suoi abitanti, l’autocontrollo emozionale; la loro vita ora è un’altra.

Sono tornata a Mirandola, è il 12 settembre 2012 e sono passati 4 mesi da quel terremoto che ha sconvolto la vita di Franca, di Laura, di Riccardo come quella di migliaia di persone che pensavano al lavoro come supremo valore e che si sono trovati ad avere come priorità quella di salvare la loro vita.

“Da qui molta gente è fuggita, chi da un parente chi da un altro” mi racconta Laura. “La nostra amministratrice condominiale ha raccolto quello che le restava e si è trasferita a Senigallia, non riusciva a razionalizzare la cosa, non riusciva a dominarlo, quel terrore delle continue scosse, un logorio psicologico infinito e crescente.

Il 29 maggio, poi, sembrava la fine del mondo.

“Aldo, sto arrivando”. Così, quando sente il boato della terra che squarcia il silenzio del mattino, urla Enrica al cielo, invocando il marito che ha perso anni fa.

 

Il terremoto è come un mostro sottoterra, ha un corpo, ha un suono e gli ho parlato, mi dice Laura. “Quel giorno le scosse si susseguivano e io non riuscivo più a camminare, non si stava in piedi, mi sono seduta a terra e ho parlato alla terra: ora basta, smettila, basta!

E dopo tutto quel rumore assordante ne è seguito un silenzio che fa più rumore, il vuoto totale. La terra sembrava sprofondata, non c’era più nulla sotto i nostri piedi, guardavamo il cielo e vedevamo elicotteri in volo, pareva di essere in guerra”.

Delle 5 tendopoli allestite in città ora ne sono rimaste attive tre. Ci sono ancora più di duemila persone che vivono lì dentro. Ora la temperatura è accettabile, ma quest’estate, con 40 gradi all’ombra, si pativano le pene dell’inferno.

Chi aveva alternative, case al mare di proprietà o parenti disponibili ad ospitare, le ha sfruttate. Chi non sapeva dove andare, si è dovuto adattare a vivere in una tenda: condivisione forzata, mensa collettiva, bagni in comune, il più delle volte senza avere con sé nulla di ciò che gli era appartenuto nella sua vita precedente. Neanche un asciugamano.

“Quando hai perso, tutto ti senti come ‘in prestito’. Un ospite, ovunque vai. E se hai qualcosa di tuo, che ne so un lenzuolo, un asciugamano, ti senti meno ospite”. Clio ha 24 anni. Mi colpisce la sua bellezza mentre parla, perché sorride. E in quegli occhi scuri c’è una luce, una speranza che, visti i racconti, sono inaspettatamente autentici e ti sorprendono. “La mia casa”, continua Clio, “era a Cavezzo, non qui a Mirandola, una palazzina costruita nel 1999. Si è sgretolata già il 20 maggio, alla prima scossa. Non ho potuto recuperare nulla. Dovevo laurearmi ora ad ottobre… Pazienza, rimanderò di un po’. Per fortuna che quella sera del 20 maggio il mio computer lo avevo dimenticato in macchina, sennò sotto le macerie avrei perso anche la tesi. E allora sì che sarebbe stato un guaio!”.

“Se vai a casa mia”, continua Clio, “trovi ancora il cancello, la buca delle lettere, ma la casa non c’è più...che scena! Io sono pronta a ripartire da zero, davvero. Non ho più niente, ho lasciato sotto le macerie tutta la mia vita di prima, ma sono viva. Mio nonno, 86 anni, dalla finestra di casa sua ha visto cadere la mia. È stato per lui uno shock da cui forse non si riprenderà mai più. A me il terremoto ha insegnato che posso vivere di niente”.

 

Nella nuova casa, un appartamento concesso in comodato gratuito dai costruttori della sua palazzina crollata il 20 maggio, uno “stendino” per i vestiti, 4 letti e un frigorifero completano l’arredamento. “La speranza più grande è che mio nonno e i miei genitori si riprendano. Quanto a me, non mi sento particolarmente sfortunata, la mia vita deve ancor iniziare”.

La parola chiave? Si chiama speranza. E qui mi fermo, o forse da qui riparto.

Non sono tornata a Mirandola da giornalista a caccia di scoop, perché faccio un altro mestiere: il teatro. È il percorso che mi sono scelta 12 anni fa, e da un paio d’anni porto in giro per l’Italia, da Bolzano a Palermo, lo spettacolo “Mafie in pentola” che racconta la realtà di Libera Terra: una storia di rinascita, economia legale e possibile, idee che si tramutano in azioni che sono in grado di cambiare la nostra società. Ma tutto parte sempre da quella parola: speranza.

A Mirandola ero andata in scena il 19 novembre del 2011, al circolo Arci Aquaragia, in una serata organizzata dai volontari che si erano autotassati per poter ospitare “Mafie in pentola”. Quel giorno i ragazzi della zona, che avevano partecipato a “Estate Liberi” prestando la propria opera sui terreni confiscati alle mafie in Puglia, incontravano altri volontari con i quali avevano lavorato tre mesi prima. Una bella occasione per discutere e riflettere, rinsaldando qualche bella amicizia. Avevo potuto, durante lo spettacolo, toccare con mano quella Mirandola vitale, fiera, operosa che si specchiava negli occhi di Franca e Laura, nella spensieratezza di Riccardo.

Sono tornata il 9 luglio, la terra ancora tremante, con una versione dello stesso spettacolo adattata ai bambini delle scuole elementari, “Mafie in pentolino”. Senza aspettare che fossero indette rassegne istituzionali di solidarietà ai terremotati a cui gli artisti potessero partecipare, avevo chiamato Laura per dirle: “Vorrei tornare, per i bambini di Mirandola, a raccontare storie di antimafia, di resistenza alla criminalità. Sì, hai capito bene: proprio ai bambini”.

D’altronde la cultura della legalità, se non si inizia a costruirla da piccoli, quando lo si fa?

Dai bambini bisognava ripartire, per trasmettere la speranza nella ricostruzione, ma anche la necessità di sorvegliare sulle modalità con cui deve essere effettuata. E quel pomeriggio di luglio sotto i tendoni – che quasi mi facevano fondere pensieri e parole, tanto era il caldo! – ho trovato intorno a me ragazzi, bambini, adulti che con le loro azioni mi facevano capire che certo, la disgrazia c’era stata. Ma erano vivi. E volevano riprendersi la loro vita.

 

Che la speranza era più forte che mai: la linea di orizzonte era l’ignoto, e per molti lo è e lo sarà ancora per molto, ma che dopo “questa sorpresa” avevano cercato di sforzarsi per fare emergere il positivo nella tragedia, trasformando la rabbia in determinazione; quel sentirsi diversi , “i terremotati”, in forza per riappropriarsi di ciò che la natura gli aveva tolto; Il dolore di non ritornare più nelle case, in quella chiesa di San Francesco dove Laura aveva fatto la prima comunione e dove si erano sposati i suoi genitori, nella ferrea volontà espressa in un cartello che troneggia fra le macerie:

“Questo era, è, e sarà sempre il centro di Mirandola”.

“Torneremo alla normalità”, dice Laura. “Ci vorrà del tempo, ma riavremo la nostra città”.

Certo, non sarà facile. Varco la porta e passo fra le macerie, Laura sposta le transenne che ci impedirebbero il passaggio, “ma qui oramai ognuno fa quello che vuole, molte regole sono saltate” mi aveva detto una signora poco prima. Passa un’anziana in bicicletta, guarda ciò che resta dei palazzi più belli della città, mette la mano agli occhi per frenare le lacrime e pedala via. Vedere la propria Mirandola distrutta e temere di non fare in tempo a vederla rifiorire: questo per gli anziani è il dolore più grande.

“Il terremoto ci ha tolto tanto, ma ci ha dato qualcosa che non sapevamo di avere: una grande forza”, conclude Franca, “e poi siamo tornati ad essere un paese unito. Ora si comunica, ci si parla di più in famiglia e con tutti gli altri. Mi sembra di essere tornata indietro di 50 anni, alla mia infanzia, quando tra persone c’era più umanità e cordialità. Ora ci aiutiamo davvero”. Franca ha un bar, il Chupito, che si trova nei campi vicino alle piscine, dove è stata allestita una delle tendopoli. Un locale bellissimo, l’unico rimasto, e lì alla sera si ritrovano i mirandolesi: chi per lamentarsi, chi per parlare di mondi e vita possibili.

La speranza di un domani che sarà ancora migliore del precedente è nell’umanità di Franca, ma anche in quella di Riccardo, che ci confida il principale cambiamento della sua vita da bambino terremotato. “Avevo un compagno di classe l’anno scorso, Massimo, che era antipatico e diceva solo parolacce. Sai, da questa estate è più gentile anche lui, e siamo diventati amici”.

 

 


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