TESTO E FOTO DI

Mirella Golinelli

Il mistero della scrittura dai geroglifici al braille



Alfabeti magici e codici segreti. Come gli uomini comunicano o si nascondono.

Terminata l'era atlantidea, (la cui distruzione secondo alcuni studiosi è avvenuta intorno al 10.000 a.C circa), era nella quale, secondo varie fonti, l'uomo utilizzava la memoria e l'oralità per tramandare fatti ed avvenimenti, si è sentito il bisogno d'annotare spese, dinastie, pensieri.

La paleografia, come scienza atta ad interpretare le antiche scritture, fu fondata dall'erudito gesuita Daniel Papebroch (1628-1714), partecipante alla raccolta degli Acta Sanctorum e da Jean Mabillon (1632-1707). Questa disciplina ricevette il nome da Bernard de Montfaucon (1655-1741). Il termine “antico” in greco si traduce con “paleo” che, anteposto ad altra parola, ne forma una il cui significato è appunto riferito ad un'epoca remota. Ne sono un esempio: “paleoantropologia”, lo studio dei resti degli uomini preistorici; “paleontologia”, l'analisi dei fossili che supporterebbero la teoria evoluzionistica naturale; “paleoetnologia” cioè l'analisi delle antichissime razze umane e “paleotipia” l'esame di libri antichi, codici e canzonieri.

La definizione delle varie “scritture e calligrafie” si trova già nel VI° secolo. Esse furono nominate: “capitale arcaica” rinvenuta su un cippo del Foro romano, “corsiva dotta” del periodo tardo bizantino, “onciale augustinus” del V° secolo, “capitale rustica libraria” (Virgilio Laurenziae) e “corsiva minuscola” del VI-VIII secolo, la quale trova espressione nei Papyri Grecae Berolinenses. In nessuna di queste notazioni però, figurano segni d'interpunzione ed i caratteri si dipanano in modo lineare ed ordinato. Ci sono importanti testimonianze riguardanti alfabeti antichi, come quelli egizio-tebano, ebraico per la caballah, sanscrito, arabo (adottato per documenti occulti), etiopico e celeste, dei quali parleremo più avanti. Sicuramente i geroglifici egiziani destano un enorme interesse e, fino ad oggi, gli archeologi hanno attribuito a loro un particolare significato, comparando tutto alle divinità ed a ciò che è spiegato nei monumenti che ci restano. Per taluni, i monumenti egizi spesso erano legati ad una sorta di superstizione, ma per riuscire ad interpretare questi “segni oscuri”, si deve risalire a chi li ha inventati. Ermete Trismegisto nel suo dialogo con Asclepio, dice che esiste un unico Dio, al quale non si può dare un nome distintivo poiché è dappertutto ed è Padre di Se stesso; inoltre non può essere rappresentato, né può essere adorato con i nomi di Iside, Osiride...

Ermete istruiva i sacerdoti che presceglieva con due principi, l'uno cattivo e l'altro buono. Montfaucon in “Antiquitè expliquée” (Antichità spiegata) fornisce un esempio del sistema usato per definire il principio buono (vita) e quello cattivo (morte). Thoth, chiamato Phtath dai conterranei, Taut dai Fenici ed Ermete Trismegisto dai Greci fu, secondo l'opinione più diffusa, l'inventore dei geroglifici e ci fornisce la prova che, nel tempio, si adorava un solo Dio, come riferisce pure l'Alkandi; egli per di più, vivendo in Egitto all'epoca di Abramo -intorno al 2000 a.C., come per ordine temporale biblico- era considerato, Profeta. I geroglifici furono per il popolo, ma soprattutto per la casta sacerdotale che manteneva segreto, a costo della morte, il significato di quei segni. Salomone stesso li considerava “degno oggetto di studio d'un uomo saggio”. Altre notazioni sono i così detti “alfabeti magici”. L' “Isiako”, fu dedicato a Iside dea della Magia; l'“Enokiano” fu inventato da John Dee, mago di corte di Elisabetta I nel XVI sec, il “Templare”, era a conoscenza dei soli cavalieri i quali si tenevano informati sugli spostamenti che effettuavano per proteggere il Graal. Il “Runico Oghan”, era derivato dalle lettere dell'alfabeto germanico del 200 d.C ed usato dai Druidi; quello dei “Magi”, inventato da Paracelso nel XVI sec, veniva utilizzato come protettore dalle malattie e talismano degli Angeli. Tra le innumerevoli altre notazioni, troviamo l'alfabeto “Tebano” concepito nel medioevo ed usato da chi praticava la magia e scriveva formule magiche. Esso era detto anche “alfabeto delle streghe” ed era in stretta relazione con il latino antico. Quello “Ebraico” con i suoi 22 caratteri consonantici è utilizzato per la caballah. Il “Sanscrito” o Devanagari è una scrittura indiana detta “della città degli Dei” ed è considerata perfetta. A questi si associano quello “Arabo”, l'“Etiope”, quello “Celeste” del quale parla Cornelio Agrippa nel “De Occulta Philosophia”. Egli precisa che codesta scrittura si suddivide in scrittura” Malachim o Celeste” e “Del passaggio del Fiume”. Molti pittori tra il XIII e XVI secolo, hanno riportato “alfabeti” magici e caratteri criptati nei loro dipinti. Ne sono un esempio la Madonna Terranuova del 1505 e la Sacra Famiglia Canigiani (1507) di Raffaello Sanzio con la scritta “Raphael Urbinas”, nella scollatura ed, altre scritte a mo' di passamaneria delle vesti.

Arriviamo al “Codice internazionale Braille” per non vedenti a 6 punti - ad 8 punti descrive 255 segni - inventato nel 1829 da Louis Braille, il quale definisce parole, simboli, numeri matematici e notazione musicale. Solo 6 anni dopo Alfred Vail, inventa l'International Morse Code; formato da punti, linee e, silenzi più o meno lunghi, in base all'intervallo tra una parola e l'altra oppure, come finale di frase. Questo può essere trasmesso con una luce lampeggiante, quindi visibile e, come impulso elettrico, attraverso un cavo telegrafico perciò, udibile.

Conoscendo per formazione l'arte orafa, risolse con facilità, problemi della fusione dei caratteri mobili; stiamo parlando del tipografo tedesco Johann Gutenberg (1399-1468), ritenuto l'inventore dei “caratteri a stampa mobili”. Nel 1448 riuscì ad avere un prestito dall'avvocato Johan Fust, tornando nella città natale di Mainz (Magonza), dopo aver trascorso 18 anni a Strasburgo, cercando di perfezionare questa tecnica. Dal 1450 al 1456, ottenuto un altro prestito, realizzò le 42 Mazarine (versetti della Bibbia). Fust - nel frattempo diventato suo assistente- gli sottrasse tutti i caratteri e le macchine, poiché Gutenberg non era riuscito a sanare la sua posizione debitoria.

La propagazione d'un pensiero nell'etere, forse per non sentirci “soli” in quest'universo in espansione; è radio-trasmissione. Essa, avviene tramite 8 passaggi, in cui le “onde” trasmettono nello spazio la frequenza altissima ed alternata superiore a 20.000.000 di periodi al minuto, generata da un cristallo di quarzo e detta “portante”, in quanto sostituisce i fili che congiungono 2 apparecchi destinati alla comunicazione, ottenendo così un “oscillatore”. Un amplificatore di radio-frequenza con un separatore, associato ad alcuni microfoni e ad un mescolatore, (l'amplificatore a bassa frequenza per il canto e la musica) poi, un amplificatore modulato che fonde le due onde e le amplifica e nasce così un'“onda” con tutte le peculiarità per essere inviata all'antenna, la quale la diffonderà nello spazio. Comunque abbiamo smesso di comporre di pugno, usiamo i caratteri tutti uguali del pc ed abbiamo dimenticato come si scrive una lettera d'amore; prerogativa d'un epoca di cultura e raffinatezza. E' il 1846, quando Gustav Flaubert trascrive i suoi sentimenti a Louise Coulet. “Vorrei non avere né corpo, né cuore, meglio: vorrei essere crepato...lasciami amarti...ed io farò tutto”. Una delle colonne sonore più belle di tutti i tempi è “A come Andromeda”, di Mario Migliardi che raccoglie il pensiero del più grande compositore britannico, Henry Purcell (1659-1695).Essa è tratta dall'omonimo sceneggiato del 1972. Consiglio: ascoltatela dal Duo “Braido e Brusa”.

 

 

 


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