TESTO E FOTO DI

Paolo del Mela

Pietro Verri dalla Libia alla Cina



Non si tratta del Conte omonimo, eccelsa figura dell’illuminismo italiano, l’altro Pietro Verri , bella tempra di ufficiale, è scomparso dalle cronache e quasi nessuno si ricorda più di lui e delle sue vicende, non è nemmeno citato nei tanti racconti rievocanti il centenario della spedizione in Libia la “Tripoli bel suol d’amor” . Occorre riparare restituendogli l’onore che merita.

Pietro Verri , Pavese di nascita (1868) impara presto che la vita è difficile. Nato in una famiglia di modeste possibilità deve presto abbandonare gli studi a causa della prematura morte del padre che ha lasciato la famiglia in pesanti difficoltà economiche. Il ragazzo appena adolescente deve trovarsi al più presto un’occupazione per poter mantenere la madre e i fratelli più piccoli. Si trasferisce con la famiglia a Venezia dove riesce ad essere assunto come contabile in uno stabilimento tipografico. Non sappiamo quale sia stata la molla che fece scattare in lui l’idea di arruolarsi nell’esercito, forse le umide stanzette dall’odore di muffa gli stavano troppo strette e magari gli ampi orizzonti con eserciti marcianti gli sembrarono una prospettiva migliore, almeno più respirabile, anche se per chi si fosse arruolato nell’esercito a  22 anni come sottufficiale non si sarebbero certamente aperte brillanti prospettive di carriera. Senza relazioni importanti, senza raccomandazioni, in una struttura classista come il regio esercito di allora, Pietro Verri non pareva avere molte chances. Le sue uniche risorse erano l’intelligenza versatile e una forza di volontà fuori dal comune. 

Un commilitone dei primi anni di carriera militare così lo ricorda: “nessuno saprà mai quanto gli sia costato quel larghissimo corredo di cognizioni che s’era acquistato col solo aiuto delle sue forze. Allo studio sacrificava tutto: non soltanto i divertimenti, i passatempi, ma anche i bisogni della vita. Invariabilmente con qualunque tempo e in tutte le stagioni si levava alle 5 e si metteva a studiare. Santo com’era sentiva acutamente gli stimoli dell’appetito, ma mangiava poco per poter studiare “stomaco vuoto spirito vigile” ripeteva spesso mettendo in pratica ciò che diceva”.

Tutta questa applicazione aveva naturalmente uno scopo, essere ammesso al corso per ufficiali.

Tenta una prima volta nel 1892 ma non è ammesso; valutazione scarsa in lingua Italiana, materia nella quale era ferratissimo, ma lui non demorde, l’anno dopo tenta di nuovo e finalmente è ammesso. 

All’accademia militare si accorgono presto della sue qualità, durante il  corso è eletto “nostro maestro” dai compagni e spesso teneva, lui stesso, lezioni in aula su varie materie. Nel 1894 è finalmente nominato sottotenente. Sfruttò abilmente i primi anni di accademia per accrescere le sue conoscenze, era ferratissimo in matematiche superiori, geologia, geodesia , senza contare che senza aiuti era riuscito ad imparare l’inglese, il tedesco.

Alla vigilia della battaglia di Adua chiede di essere trasferito nelle truppe coloniali e stante lo scontro per noi disastroso, rimane in Eritrea al comando di un drappello presidiando la impervia e rischiosa località di Adi-Ugri dove inizia a svolgere una delicata azione informativa e cartografica che produce i primi frutti, anzitutto la conoscenza dell’amarico, dell’arabo e del tigrino e poi la prima medaglia, la decorazione di Cavaliere della corona d’Italia.

Al ritorno in Italia nel 1898 è già considerato un buon ufficiale dell’intelligence e con questi requisiti si conquista l’ammissione alla scuola di guerra.

Anche in quell’ambiente riscuote del plauso per le sue conoscenze, sfrutta quel periodo per studiare letterature straniere e le più aggiornate tecniche militari, ma Verri non ha l’opportunità di continuare il corso, è chiamato dal Generale Garioni a far parte del corpo di spedizione in Cina come ufficiale addetto alle attività informative.

Quell’intervento militare multinazionale che conosciamo come “la rivolta dei boxer” fornì al tenente Verri ulteriore occasione per ampliare le sue conoscenze, si distinse nello scontro di Ku-Nam Sien per il quale gli venne conferita la medaglia d’argento al valor militare. 

Ebbe occasione di farsi notare tra i colleghi degli altri eserciti, sotto il comando del maresciallo Waldersee, che si meravigliarono che un ufficiale in possesso delle sue così vaste conoscenze rivestisse solamente il grado di Tenente. A tale carenza, provvide sollecitamente il generale Garioni promuovendolo capitano per meriti di guerra.

Il capitano Pietro Verri rientra in patria carico di riconoscimenti, tra i quali la decorazione di terza classe con spade dell’ordine della corona di Prussia ed altre medaglie conferitegli dal Mikado.

Ritorna di nuovo alla scuola di Guerra ma ancora una volta deve interrompere gli studi per un incarico assegnatogli in Eritrea al comando di truppe coloniali per oltre tre anni. Una permanenza che Verri fa fruttare producendo un voluminoso compendio di carte, analisi e rapporti informativi sulla colonia italiana. Non è dato sapere l’utilizzo che ne viene fatto dai superiori comandi, l’unica cosa certa è che Verri si toglie la soddisfazione di far pubblicare sul bollettino della società geografica italiana del 1909 un suo articolo sul contributo allo studio geografico della colonia Eritrea. Questo lavoro gli vale una volta ritornato in patria l’assegnazione all’istituto geografico Militare.  Ma non è finita, mentre il capitano pensa di poter sfruttare questo periodo per potersi dedicare allo studio ed iscriversi alla facoltà di scienze dell’università di Firenze, deve recarsi ad Aden con il compito di riorganizzare le attività informative italiane in quella importante località che controlla gli accessi al Mar Rosso. Oltre a perfezionare la sua conoscenza della lingua araba, svolge un eccellente lavoro che gli vale un’altra decorazione; la Croce dei cavalieri dei santi Maurizio e Lazzaro.

Oramai “gobbo di medaglie” e riconoscimenti è  impiegato incessantemente dal  comando militare italiano , poiché oltre che bravo pare sia uno dei pochi ufficiali che conoscano tutti i vari dialetti della lingua araba. E’ nuovamente chiamato in Tripolitania a svolgere delicate missioni di intelligence in vista dello sbarco di nostre truppe già deciso dal Governo Giolitti. Utilizzando la copertura di ispettore postale percorre anticipatamente quelle regioni che di li a poco saranno interessate dall’azione militare. Aveva percorso e studiato le coste, preso nota delle oasi e delle strade per predisporre un piano organico per l’occupazione dell’intera regione.

Ma, una volta sbarcate le prime truppe, il destino amaro gli si rivolge contro. In un primo combattimento tra truppe italiane e arabe cade ferito a morte nella località di Sciara Sciat.

La grave perdita è citata da D’Annunzio in una poetica lirica dedicata ai lettori del “Corriere della Sera” 

“Chi balza con lo stuolo irto di ferri

  Di là dalle trincee e dai destini

  Verso la sua bellezza? E’ Pietro Verri……”

Nel paese e nelle scuole si piange la perdita dell’eroe. Solo per qualche tempo, poi incalzati da altri avvenimenti su questa figura di spessore cala il sipario e il dimenticatoio si arricchisce un’altra storia.

 

 


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